KARAMU, NAUFRAGO SENZA NOME IN CERCA DELLA MADRE
E se vai scavando nel regno dei morti, troverai che c’è anche una lotta sul diritto alla sofferenza, vedrai coloro che sgomitano per accaparrarsi un posto sul gradino più alto del podio per aver partecipato alla tragedia più commovente, e ascolterai che, anche nell’Aldilà, ci si può rinfacciare la palma della Memoria più solida tra la shoah e il genocidio dei Tutsi. Sulla morte, i morti, possono dire quel che vogliono, è la loro materia, ma sul ricordo della mamma esiste un solo tormento che unisce tutte le anime di ogni cimitero del pianeta. Ed è questo il pensiero che addolcisce la scrittura che Saverio La Ruina dedica ai tanti che hanno perso la vita attraversando il Mediterraneo. In particolare, alle 94 vittime della sciagura del 26 febbraio 2023, quando in 180, a bordo di un caicco proveniente dalla Turchia, naufragarono non lontano dalle coste calabresi. La corrente marina spinse i corpi sulla spiaggia di Cutro, in provincia di Crotone, sigla KR.
Così si spiega il titolo dello spettacolo, presentato in prima nazionale al teatro India, in scena fino a domenica 1° febbraio: KR70M16 potrebbe essere scambiato per il codice fiscale di un defunto, e in effetti un po’ lo è. KR è la sigla della provincia dov’è stato rinvenuto il cadavere; 70 è il numero del ritrovamento; M sta per maschio; 16 è l’età (in molti casi approssimativa) del naufrago senza nome. L’efferatezza del numero ci porta con la mente subito alle braccia marchiate di chi fu deportato nei campi di concentramento. Anche lì soltanto cifre senza dignità. Il paragone tra le stragi del mare e quella dell’olocausto si stringe attorno al concetto dell’elaborazione del lutto: quel nome che non sarà mai scritto sulla lapide e quindi sull’impossibilità di poter piangere le spoglie del proprio caro. Argomento caro ad Omero. Così, in un luminoso cimitero animato da ombre, il custode (il tenerissimo Dario De Luca) tiene a bada il giovane Karamu (16 anni, maschio, 70° corpo ritrovato sulla spiaggia in provincia di Crotone). È lui che scalpita per essere riconosciuto e avere la propria identità scolpita sul marmo che segnala la sua tomba. Così sua madre, se potrà, saprà dove cercarlo. Proprio lì accanto c’è la salma di un reduce dei campi di lavoro, un medico, probabilmente uno psicologo, certamente ebreo. I due, al principio molto diffidenti, riescono a stabilire un’intesa soltanto dopo aver riconosciuto nell’altro le stesse malinconie quando parlano della propria mamma. Una in Africa, l’altra in cenere.
I dialoghi si svolgono in un clima assolutamente surreale e infantile; contengono piccole scaramucce, indispettite competizioni (come quelle accennate in apertura), squarci lirici. Per affinità elettive è facile pensare all’Antologia di Spoon River, ma l’atmosfera è molto diversa. C’è aria di Sud – che non si può ignorare – nella penna di La Ruina, e dunque ironia e sarcasmo talvolta sfiorano la poetica di Totò: l’ebreo è altezzoso come il Nobile Marchese della Livella, mentre il piccolo africano ha tutta la stoffa per emulare il povero netturbino, Esposito Gennaro, anch’esso appartenente alla classe minore degli esposti, con un cognome generico. Azzeccatissima la scelta di offrire il ruolo del giovane naufrago a una donna: molto brava, infatti, Cecilia Foti, (ottima anche come costumista), soprattutto intonata al clima poetico e puerile; il suo sembra un personaggio uscito dall’antico Corriere dei Piccoli, un po’ vagabondo, un po’ filosofo, un po’ cialtroncello. Galleggia bene nello spazio che La Ruina (che interpreta il dottor Schwarz con un certo impaccio) disegna per la scena: un fondale bianco che alla base mostra i colori del mare, anche le lapidi sono molto semplici.
Il disegno estemporaneo soccorre gli attori, cosicché l’abile mano di De Luca delinea un letto o una poltrona all’occorrenza, una cipolla per piangere, tutto in coerenza con la spiritualità. Nulla è reale. Anche le voci amplificate in maniera esagerata, a voler esser bonari, trovano la loro dimensione surreale. Provengono spudoratamente da un empireo estraneo al palcoscenico (una cassa posizionata in platea), ma se la giustificazione è valida per i due che sono morti, non si può dire altrettanto per il custode che invece è vivo.
Con microfoni esagerati
