08 maggio 2026

«Le baccanti» di Euripide (Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa)

«Le baccanti» di Euripide (regia, Marco Isidori)

Roma, Teatro Vascello
7 maggio 2026

ERANO MEGLIO QUANDO STAVANO PEGGIO!

Alla memoria s’affaccia, con pachidermica fatica, il ricordo di un incubo dei primi anni Novanta, quando un nuovo gruppo di teatro sperimentale, dal nome assai giocoso, Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa, si dilettava a esplorare i testi classici mischiando frasi e personaggi, inventando, con le parole, suoni frammentati che seguivano un’armonia più musicale (talvolta dodecafonica) anziché drammatica. Di drammatico, quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi, ci fu la categorica decisione del gran rifiuto. Da allora, mai più visti, son trascorsi 35 anni, molte guerre, tre nuovi papi, quattro presidenti della Repubblica: mi son chiesto, chissà se, a parte l’età, qualcosa è cambiato nel concepimento del teatro firmato Marcido? Purtroppo no, erano decisamente meglio quando stavano peggio! Quando, cioè, all’inizio della carriera, il loro approccio al palcoscenico aveva il sapore della novità, e i loro sguardi vivevano di qualche giustificata incertezza. Oggi tutto mi sembra più vecchio di allora, vecchissimo. Un teatro riesumato dalle polveri della naftalina. Una prova finita in tragedia che perfino Zeus sarebbe stato meno antiquato.

Le baccanti, a contatto col reagente Marcido (come recita il distico in locandina), è una pseudo-tragedia riscritta da Marco Isidori in maniera convulsa, misteriosa, deliberatamente incomprensibile. La trama resta nascosta nella confusione, i personaggi naufragati in una babele di urla: insomma, del povero Euripide, non c’è più nulla. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa Yasmina Reza di queste devastanti manipolazioni dei classici, quando agli autori è concesso soltanto il silenzio. Questi soprusi, però – volenti o nolenti – fanno parte del teatro. Tuttavia, c’è un momento, nella vita di ogni artista, in cui bisognerebbe sospendere le sperimentazioni per cimentarsi con materiali più consistenti, come lo è, appunto, la tragedia greca, senza intaccarla; senza trasferirla di fronte al Vesuvio dionisiaco che erutta vino e grappoli d’uva sul popolo gaudente, affascinato dal re del tirabusciò oh, oh, oh; oh, oh, oh: ritornello cantato nel prologo sulle note di una famosa canzonetta che fu cavallo di battaglia della eccentrica indimenticabile Angela Luce.

Eppure, questo inizio stralunato aveva acceso un irriverente lumicino comico su un seme che avrebbe potuto germogliare inaspettati fiori ironici, sarcastici, divertenti, invece no. Assolutamente no. Subito Dioniso, il protagonista dai lunghi capelli, interpretato da Paolo Oricco nel modo più improbabile che si possa immaginare, dà il via a una sequela di grotteschi berci alla maniera parodica del vecchio teatro dei pupi, quando dall’alto gli artefici, mentre tiravano i fili, gridavano «fatti avanti, fellone!», con un timbro di voce che non aveva nulla di recitativo. E Dioniso ci ha offerto una voce tremula, come traballante la postura e tremante il gesto. E dopo di lui, tutti gli altri identici hanno esposto voci sempre più tremule, salterellando da un suono acuto a uno più basso, accompagnandole con ampi gesti tremanti e posture traballanti, talvolte oblique. Più che Baccanti, un indecente baccano di avvinazzati! 

Ora penso che sia inutile continuare a recensire ciò che non si può recensire, ma una riflessione più seria va affrontata. La platea, ieri sera, era gremita di giovanissimi. Diverse classi scolastiche s’erano date appuntamento per non perdere la rappresentazione di un classico. Due professoresse, ignare di quel che avrebbero visto, già si accordavano sulla lezione che avrebbero tenuto sul testo di Euripide. Come al solito i ragazzi si sono dimostrati impeccabili: educati, silenziosi, rispettosi. Al termine gli applausi non sono mancati, ma le loro facce erano molto deluse. Mi sono attardato qualche minuto ad ascoltare i commenti. Ho chiesto se avessero capito qualcosa. Ho domandato loro chi fossero le baccanti. Le risposte, dapprincipio timide, hanno poi preso una piega ben diversa, e l’irritazione, prima trattenuta, è sfociata in una serie di commenti irripetibili. Fuori dalla sala, mentre il corteo usciva, una ragazza che, probabilmente non aveva mai frequentato una platea, ha detto all’amica che non avrebbe mai più messo piede in un teatro. Nel programma di sala di legge «Il teatro non può riferire, deve ferire». In questo caso, però, temo che la ferita difficilmente si rimargini! (fn)
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Le baccanti (che «precipitano» a contatto col reagente Marcido), di Euripide. Uno spettacolo firmato Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa. Regia di Marco Isidori. Con Paolo Oricco (Dioniso), Maria Luisa Abate (Tiresia), Marco Isidori (Cadmo), Valentina Battistone (Agave), Ottavia Della Porta (Penteo), Alessio Arbustini (Messaggero), Alessandro Bosticco (Servo di scena); il Coro è interpretato da tutti gli attori. Scene e costumi, Daniela Dal Cin. Produzione, Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa con Teatro Stabile di Torino (Teatro Nazionale). Al Teatro Vascello, fino al 10 maggio

Foto: Il coro (© Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa)

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