QUANDO MOLLY BLOOM SCELSE BILLY WILDER
Giorgia Cerruti, oltre a essere un’ottima interprete, credibile finanche nelle situazioni più paradossali, come in questa Ape regina che ha scritto per se stessa, costruisce i testi avvalendosi di una notevole preparazione culturale. Per fortuna, la sua dote migliore, merito anche di Davide Giglio che qui l’ha diretta e ben protetta, è l’attenzione che pone per carpire la curiosità del pubblico, l’affascinazione che poi è quel linguaggio teatrale che più resta nell’occhio e nella mente dello spettatore. Una giornata per Molly Bloom, che è il sottotitolo della sua ultima fatica romana (la Piccola compagnia della Magnolia è di Torino) proposta al Basilica per due sole repliche, è un monologo assai complesso da decodificare, tuttavia scorre bene, pieno di fascino, di malinconie e azzardi elargiti con eleganza e grande leggerezza e ironia: quel che basta per fare del buon teatro. Perché anche se non si comprende facilmente tutto il lavoro che c’è dietro la facciata, e che il nome di Molly Bloom lascia intuire, l’emozione per una liberazione di un animo femminile raggiunge con chiarezza e determinazione tutta la platea.
Se poi ci si vuole addentrare nei meandri della scrittura e dei riferimenti letterali, e soprattutto cinematografici, allora il discorso si complica, perché bisogna ripartire da quella Penelope rimasta fedele per anni in attesa del ritorno di Ulisse. Bisogna rileggere quel personaggio alla maniera di Joyce, quando Molly Bloom rivendica il diritto al desiderio e all’esperienza sensuale, ricordando con nostalgia la propria giovinezza a Gibilterra. Bisogna voltare questo personaggio moderno affinché possa riflettersi nell’antico originale per comprendere i riferimenti al cane Argo, cui Molly propone delle avance piuttosto ardite per reagire alla solitudine di donna che sente vibrare la sua carnalità, e proiettarsi su uno schermo cinematografico dove, tra atteggiamenti grotteschi e pose hollywoodiane, si scorge l’audacia del Peccato di Bette Davis, la disinvoltura dell’Ape regina di Joan Crawford, e soprattutto l’intraprendenza estetica di Norma Desmond in Viale del Tramonto, cui Gloria Swanson regala un’interpretazione icastica.
Tre emancipazioni, tre scandali per l’epoca, tre eroine della libertà e dell’azzardo che diventano il sogno di Molly, la quale nell’attesa, indossando un abito all’altezza delle star del grande cinema targato MGM, sperimenta l’impudenza del divismo, prova il tradimento nei confronti di Leopold, lo esercita nella sua fantasia spudorata, raccontando a se stessa la scena della follia erotica, quella che una macchina da presa e un regista stanno per girare con un ciak che rimarrà nella storia. In una scena spoglia, composta soltanto di oggetti sui quali troneggia la statua di Argo in stile déco, la diva Molly, in effetti, «tradisce» Joyce per Billy Wilder, un amante certamente più divertente. È lui che la fa donna come lei vorrebbe, è lui che le regala la possibilità di vivere la sua temeraria libertà.
Foto: Giorgia Cerruti (© ???)
