10 maggio 2026

«Opera Pia» di Gianfranco Vergoni (regia, Nicola Pistoia)

«Opera Pia» di G. Vergoni (regia, N. Pistoia)

Roma, TeatroSophia
9 maggio 2026

LOREDANA, LEONESSA DA PALCO

Ribadisco, se ce ne fosse bisogno: ogni qual volta vado a vedere un monologo, mi prudono le mani. E la performance di Loredana Piedimonte mi ha confermato che il mio non è un pregiudizio, ma un malessere che deriva dalla consapevolezza che i monologhi sono quasi sempre un ripiego artistico per chi potrebbe offrire molto di più, per chi sa che l’arte teatrale porta la cifra universale di Euripide, di Shakespeare, di Cechov (e l’elenco completo, per fortuna, è molto più lungo). Non me ne voglia Gianfranco Vergoni, autore di questo delizioso racconto di pene d’amor assai dibattuto, non è a lui che rivolgo la critica, anzi, ce ne fossero di storie così dense, spiritose e drammatiche! Senonché, la mia sensazione ribelle ha origine molto più complessa.

Lo spazio scenico che il Sophia, piccolo palco del Parione, mette a disposizione degli attori – lo sa bene chi lo frequenta – è di pochi metri quadrati, eppure, a volte, gli stessi sembrano sufficienti per chi lo adopera in maniera proporzionata. In locandina, infatti, si legge anche il nome dello scenografo Montanari, ma non ho avuto l’impressione che della sua collaborazione sia rimasto ben poco. Nicola Pistoia, che ha curato la regia di Opera Pia, pensando certamente a uno spazio un po’ più ampio e soprattutto più alto, ha immaginato l’esibizione della sua leonessa su un piedistallo circense, quello a forma cilindrica, dalla forte struttura metallica con base superiore in legno, su cui il domatore in gabbia fa accomodare i felini per meglio tenerli a bada durante la prova. E la base innalza l’attrice portandola a qualche centimetro dal soffitto. Al di là di quest’idea che mette bene in mostra lo squallore della vita che molti di noi conducono senza ribellione, la regia si attiene a controllare la recitazione: l’attrice scende un paio di volte dal ripiano, quasi sempre mantenendo in mano due buste, inconsapevoli fardelli dell’abitudine, ripiene della spesa comprata al supermercato, per poi risalirci; indirizza lo sguardo con misurata precisione, o all’infinito o all’ascoltatore della prima fila; si lascia andare a pochi essenziali gesti (le buste trattenute servono proprio a centellinare i movimenti di braccia e mani). Insomma, il regista si affida – giustamente – alla sensibile bravura dell’attrice per gestire l’andamento del monologo.

La storia, semplice e toccante, ci riguarda da vicino. Pia, napoletana verace del Museo, amante della lirica, insegna educazione musicale in una scuola di Mantova. Il matrimonio con Dario non ha funzionato: vive sola, pochissime le amicizie, che incontra quando va a fare la spesa al supermercato. Lì nota lo sguardo seducente di Africa, un ragazzone negro che, innocuo, chiede l’elemosina. La curiosità vince la primaria diffidenza: un giorno Pia lo scorge ferito a terra, nascosto tra le macchine parcheggiate, lo soccorre e lo porta a casa per curarlo. Pia opera del suffragio cattolico! Tra i due, naufraghi di solitudini coatte, nasce un’amicizia che sfocia in un rapporto, nel quale ciascuno vede la possibilità di una irraggiungibile libera e indisciplinata serenità; ma la realtà, sempre diversa dai sogni, prende una piega inaspettata che naturalmente sarebbe scorretto svelare.

La scrittura di Vergoni è limpida, discorsiva, abbandona spesso i canoni del soliloquio per irrompere in un dialogo diretto con un interlocutore che ascolta. Non conoscendo il testo originale non so quanto la scelta delle improvvise virate partenopee siano dell’autore (umbro) o dell’attrice che s’è adattata il testo alle sue corde naturali, comunque mi sembrano che sposino perfettamente le sfaccettature del carattere di Pia, di nome e di fatto. La quale, per risarcimento delle insoddisfazioni patite, ama rifugiarsi nei sogni dell’opera lirica, quando da bambina, grazie alla sua maestra, scoprì gli incantesimi del San Carlo: nei momenti di maggior sconforto che la solitudine le impone sono le note della Bohème, della Butterfly, della Manon Lescaut che le offrono l’elisir d’amore di cui ha bisogno per sentirsi viva.

Ma veniamo al punto che è il motivo del mio malessere e che trova nell’esibizione della Piedimonte la coerente ragione d’esistere. È stata lei, infatti, con la sua recitazione, sopra quel piedistallo, a prendere sembianze da leonessa da palco, in uno spazio che le stava troppo stretto, schiacciata da un soffitto troppo basso, sproporzionata pareva davvero chiusa in gabbia, mentre le sue doti d’attrice chiedevano l’esigenza di un’ampiezza maggiore, di una savana, di una prateria, dove far correre le parole che invece rimanevano compresse, domate da una frusta invisibile, ma ineluttabile. E non solo: Loredana è una donna dal fisico asciutto, minuto, parrebbe finanche esile, eppure, la sua razza d’attrice indomita, scalpita costretta nella strozza di un monologo che diventa materiale letterario esiguo per vocalità dirompenti come la sua. Si percepisce in lei l’esigenza di un orizzonte più completo, di un ruolo che vive per la scena e non di un racconto scritto per la scena. Ecco perché un monologo spesso diventa un ripiego. Talvolta un ripiego necessario, di cui però bisogna valutare i pro e i contro. (fn)
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Opera Pia, di Gianfranco Vergoni. Regia di Nicola Pistoia. Con Loredana Piedimonte. Costumi, Isabella Rizza. Disegno luci, David Barittoni. Scene, Francesco Montanaro. Al Teatro Sophia, terminato oggi

Foto: Loredana Piedimonte (© Grazia Menna)

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