09 maggio 2026

«La festa» di Manzan/Placidi (regia, L. Manzan)

«La festa» di Manzan/Placidi (regia, L. Manzan)

Roma, Teatro India
8 maggio 2026

UN BRINDISI PER LA GEORGIA

Leonardo Manzan, che è ancora molto giovane, già si potrebbe definire l’eroe delle imprese più difficili, quelle quasi impossibili. In questi ultimi anni si è cimentato in una collaborazione artistica in Georgia, dove indirettamente ha vissuto la crisi politica e sociale, che dal 2024 ha colpito il paese. A seguito, infatti, delle elezioni del 4 dicembre di quell’anno, giudicate dallo stesso ministro (europeista e indipendente) degli affari esteri, «illegittime», «anticostituzionali», «inaccettabili», le proteste nazionali sono sfociate in manifestazioni popolari represse che hanno portato a diversi arresti e moltissime restrizioni, tra cui la chiusura del New Theatre di Tbilisi, dove il nostro, appena un mese prima, aveva riallestito, in lingua georgiana, il suo «Cirano deve morire», scritto sempre in coppia con Placidi. «Nel dicembre 2023 – dice Manzan facendo un passo indietro – lasciavo un Paese in festa per l’imminente candidatura all’Unione europea, ma meno di un anno dopo ho ritrovato una nazione divisa. Dopo l’ultima replica del nostro spettacolo c’è stata l’ultima supra a cui ho partecipato. La gioia era mischiata alla rabbia e alla tristezza per ciò che i miei compagni rischiavano di perdere, e che poi hanno perso davvero: il teatro oggi è chiuso, un loro collega è in carcere, il direttore licenziato. Eppure, brindavano. Era una festa.»

E alla supra è dedicato La festa, spettacolo presentato in prima nazionale al teatro India: in scena Paola Giannini e tre attori georgiani, e tante bottiglie di vino rosso del Caucaso, grazie alle quali si rivive il tradizionale banchetto del paese delle meraviglie (così soprannominato): una maratona enogastronomica che si trasforma in un rito di liberazione attraverso la solennità dei brindisi che, come in un cerimoniale, devono rispettare alcune regole, controllate da eletti, i tamada, i quali osservano che lo svolgimento della supra segua le formalità prestabilite. È così che, libando ne’ lieti calici, Leonardo Manzan e Rocco Placidi hanno pensato di raccontare la storia degli ultimi tre anni della Georgia, di Tbilisi e del New Theatre, insieme con Giorgi Baratashvili, Zurab Papuashvili, Anna Tsereteli che hanno vissuto sulla loro pelle il declino del sogno europeo e le ingiustizie sopravvenute. Ovvio che in scena si parli anche il giorgiano, misto a un po’ d’inglese, ma la traduzione che scorre agevolmente su uno schermo stretto e lungo aiuta alla comprensione.

Non è quella linguistica, infatti, la difficoltà che si accennava all’inizio. Quando un regista, che ben conosce le regole teatrali, decide di sfondare la quarta parete, anzi di estendere (metaforicamente) il palco in platea fino all’ultima fila di poltrone rischia di avventurarsi in una zona poco controllabile: gli spettatori non fanno parte della regia, non hanno fatto prove, sono impreparatissimi, a volte pure pigri, e non sempre reagiscono come ci si aspetta. Ed ecco, quindi, che le loro indecisioni a partecipare al gioco teatrale creano ostacoli non sempre previsti. I tempi sono determinanti. Per avere un effetto occorre rispettare i tempi, per questo si fanno le prove: se ci si affida alla risposta del pubblico per raggiungere l’effetto agognato spesso questo arriva fiacco o in ritardo e, purtroppo, ricade sulla riuscita della scena. Di conseguenza anche le reazioni degli attori si spengono, e il motore del dialogo deve essere continuamente riavviato. Se poi questo dialogo riparte in georgiano stretto, allora la fatica diventa biblica.

Questa critica di base, tuttavia, non deve scoraggiare né gli addetti ai lavori, né l’eventuale prossimo pubblico, perché se la recita a cui ho assistito io è parsa a tratti sedata dalle incertezze della platea, potrebbe anche accadere il contrario. E ne ho avuto prova a sprazzi, quando gli attori hanno trainato con passione e determinazione le disavventure dei loro amici più sfortunati. Una sequela d’informazioni, tipica del miglior teatro politico, alternata a picchi di forti emozioni che trionfano con il bicchiere in alto, teso verso l’orizzonte della libertà e della speranza: la platea appunto. Ricordo qualche rappresentazione di Dario Fo (la memoria s’è illuminata quando gli attori hanno indossato le maschere degli Zanni) che pure non poteva fare a meno del contatto con il pubblico, ma, in caso di mancata pronta risposta, riprendeva immediatamente lui la parola senza perdere l’attimo che potesse far cadere l’attenzione. Capisco bene che qui, a causa della differenza di lingua e dell’impossibilità d’improvvisare (per via della traduzione prestabilita), tutto diventa più difficile. Ecco perché Manzan è un eroe!

«La storia del teatro è la storia di un brindisi»: l’ideatore ha avuto un’intuizione felice, poetica e realistica, e la sua regia sempre presente, risulta essenziale ed elegante. La sua è una teatralità affatto classica, anzi (a mio parere) inedita e funzionale; ama le geometrie che sono sintomo di una visione scenica ordinata e pulita. A tal proposito ho particolarmente apprezzato la scena firmata da Laura Benzi che, oltre a una parapettata longitudinale ricamata di bicchieri da riempire, prevede in proscenio, un tappeto di lacrime in vetro, omaggio al dolore del popolo georgiano e ai tanti calici rotti al grido di «gaumarjos» (brindiamo). Segnalo anche le luci di Javier Delle Monache, ottime quelle puntate sul sipario di fondo che nasconde il musicista, Irakli Getsadze, il fuoriclasse dell’équipe che ha seguito e commentato dal vivo, con la sua strumentazione, la storia del suo teatro, utilizzando sonorità di tutto il pianeta, dalla samba al rap, in segno di pace.

Ed è questo il sentimento che vien fuori dall’invito a bere, a brindare insieme su un unico grande palcoscenico: perché quel sipario posto laggiù, in fondo alla scena, diventa la spiegazione di tutto; e Anna (ballerina incantevole) che, in un determinato momento, rappresenta la finzione scenica, ne diventa l’emblema. Il sipario è chiuso, come chiuso da 500 giorni è il New Theatre, e noi siamo dentro quel teatro, rifugiati alle spalle del sipario, quindi sul palcoscenico, paese delle meraviglie, protetti dalla finzione. Partecipiamo alla supra, ascoltando i racconti di quel che sta accadendo all’esterno, nella piazza di Tbilisi. I protagonisti dello spettacolo siamo anche noi spettatori, non soltanto gli attori. Io suggerirei, vista la coralità dell’azione, che il regista, prima dell’arrivo degli attori, dia al pubblico un paio d’indicazioni basilari affinché tutti possano immediatamente comprendere lo spirito di partecipazione richiesta. Così si potrà procedere in sicurezza e a gonfie vele. (fn)
____________________
La festa, di Leonardo Manzan e Rocco Placidi. Regia di Leonardo Manzan. Con Giorgi Baratashvili, Paola Giannini, Zurab Papuashvili, Anna Tsereteli. Musiche composte ed eseguite da Irakli Getsadze. Scenografia, Laura Benzi. Disegno luci, Javier Delle Monache. Costumi, David Gevorkov. Suono, Alessandro Scorta. Produzione: Teatro di Roma (Teatro Nazionale); Ert, Emilia-Romagna Teatro; Tpe, Teatro Piemonte Europa; Georgian New Theater. Al Teatro India, fino al 17 maggio

Con microfoni un po’ troppo alti

Foto: Anna Tsereteli tra Zurab Papuashvili e Giorgi Baratashvili (© Manuela Giusto)

Pour vous