IL CANTO GRECANICO DI EDIPO, UOMO GIUSTO
L’opera ideata e portata in scena da Alessandro Serra è un’implorazione disperata per la sopravvivenza dell’antichità, o forse addirittura dell’eternità, quella che molti chiamano mito, e che oggi giustamente si sente minacciata da eventi sovrumani che rischiano di annientarla. Dalle macerie di questa tragedia risorge Il canto di Edipo, come canto di un cigno millenario, a ricordare che egli fu l’uomo che ebbe il coraggio di riconoscere i propri errori, le proprie debolezze, giudicando severamente la viltà della propria superbia e delle proprie nefandezze. Edipo, quale atto di espiazione e riconoscimento della passata cecità morale e intellettuale, si acceca fisicamente e chiede di essere esiliato, sottomettendosi alle sue stesse leggi. In questo modo egli stesso santifica la Giustizia in omnia saecula saeculorum. In Tragudia (testo in cui le opere di Sofocle dedicate al figlio di Laio vengono fuse), Edipo diventa il prototipo dell’uomo giusto, colui che oggi è in via di estinzione.
Come estinta è la fascinazione della rappresentazione di una tragedia: «L’italiano – spiega Serra – sembra abbassare il tragico a un fatto drammatico», e ha ragione. Per quanto possa essere perfetta ogni traduzione, la liricità dei versi greci non potrà mai essere riprodotta se non con la poesia originale. Così Serra ricorre al greco delle nostre terre del sud, quelle che furono la Magna Grecia del tempo in cui le immigrazioni portarono civiltà, cultura e splendore economico. E ovviamente una nuova lingua che, combinata con il linguaggio autoctono, diede vita al Grecanico. Ancora oggi in alcune zone della Calabria c’è chi parla questo particolare idioma che risale a oltre duemila anni fa. Si dice siano non più di cinquecento gli ellenofoni a conservare il Grecanico vivo nell’epoca dell’intelligenza artificiale.
Attraverso la riscrittura in Grecanico (fatica filologica portata a termine dal professore Salvino Nucera), un approfondito lavoro di recupero storico, linguistico e lessicale, la tragedia riprende vita, riacquista fisicità vocale, e la musicalità del linguaggio restituisce antiche sonorità perdute che Serra accosta ai canti liturgici, grazie alla preziosa collaborazione di Bruno de Franceschi. Non ci sono strumenti, ma il canto viene sostenuto dal coro. Qualche rumore ritmico viene eseguito dal vivo in scena, dove un’amplificazione, molto ben studiata, evita che le parole degli attori entrino nei microfoni, ma gli effetti sonori si riproducono in continua successione, creando atmosfere da tragedia che si condensano nel declino della società. Scene e luci, infatti, si fondono in quadri che dal nero iniziale, quasi un lutto, acquistano colori drammatici che accompagnano la sofferenza del mito, scoprendo, nei momenti clou, squarci di luci assai violente. L’immagine di un Edipo immigrato in una terra straniera già desertificata è una forte allusione ai nostri tempi. Deserto di umanità, di solidarietà, deserto di sentimenti.
Gli attori sono sette, come coloro che, secondo Eschilo, mossero contro Tebe, la città d’Edipo; ma sono anche i magnifici sette, per bravura recitativa (Jared McNeil, nella parte del protagonista è superlativo, considerando che snocciola con scioltezza una lingua a lui lontanissima), per sincronismo nel canto, le cui tonalità svettano dagli acuti altissimi di Tiresia per scivolare nei bassi cavernosi di un rito ancestrale dal quale non ci si riesce a liberare. Ed è questo genere di musicalità che mantiene legate le emotività di una tragedia in uno spartito dove anche le emozioni sono centellinate. C’è emozione linguistica, emozione d’atmosfera, emozione visiva in un gesto, in un taglio di luce, ma sempre trattenuta in un fiato sospeso. Alessandro Serra, padrone assoluto dell’allestimento, avendo curato regia, scene, costumi, luci e suono, prende in mano anche le redini del pathos da elargire al pubblico: ovvio che ci sia chi recrimina la mancanza di libera passionalità, e chi invece ne apprezza la cura maniacale del talento.
