CON LA STAMPELLA ALLA GUERRA DEI GELATI
Domenica pomeriggio mi sono divertito moltissimo ascoltando Paolo Triestino al Binario 30 che ha letto I duellanti, racconto di Andrea Camilleri tratto dalla raccolta «La regina di Pomerania e altre storie di Vigàta» (ed. Sellerio). La piccola sala era più che strapiena perché doveva contenere anche parte del pubblico che il giorno precedente non ha potuto assistere alla prima performance a causa delle proteste cittadine considerate ad alto rischio. Risultato, teatro chiuso! Ma la serata sarà recuperata il 16 novembre prossimo. Prenotatevi, ne vale pena. L’attesa per l’evento, però, è cresciuto, e quando l’attore ha raggiunto la sua postazione, passando tra due ali di folla, sorreggendosi a una stampella, qualcuno ha pensato che potesse far parte di una messa in scena ad hoc: forse la storia, chissà, verrà raccontata dallo sfidante che ha avuto la peggio!
Purtroppo, no: la claudicante e inaspettata discesa in campo del menestrello è frutto di un infortunio accaduto a Triestino in quel di Messina, dov’era in tournée al Vittorio Emanuele con «Ciò che vide il maggiordomo» (regia di Giovanni Anfuso e con Giampiero Ingrassia; a gennaio in cartellone alla Sala Umberto). E la descrizione dell’incidente è diventato il miglior prologo in stile sia con la scrittura funambolica di Camilleri che con le pennellate musicali di Germano Mazzocchetti scelte per accompagnare le vicende dei duellanti.
Se da una parte è dispiaciuto a tutti che sia capitata sta disgrazia che proprio nun ce voleva, dall’altra l’ironia e il sorriso dell’artista hanno messo comunque di buon umore l’uditorio, tanto da farlo partecipare collettivamente a una «regia» improvvisata che prevedeva il mutuo soccorso: io raccolgo gli occhiali a te e tu racconti la favola a me. Per spiegare nei dettagli la malaugurata disgrazia che lo ha colto, Triestino si è generosamente prodigato sulle motivazioni artistiche che hanno provocato la caduta dal palcoscenico durante una prova. Galeotto fu Guttuso che ha affrescato il soffitto della platea del Vittorio Emanuele (150 metri quadrati) raffigurando la leggenda di Colapesce. «Mi ero incantato a osservare le imprese di quel ragazzo mentre si immerge nelle acque dello Stretto di Messina, circondato da sirene e delfini, gabbiani e pesci spada, e non mi sono accorto che la ribalta era terminata. Un passo di troppo e sono caduto con tutto il peso sulla gamba destra. Ho sentito un dolore lancinante. Quando i paramedici sono arrivati, prima di darmi un analgesico, mi hanno chiesto se soffrissi di qualche patologia; e io tra gli spasmi ho urlato: sì, faccio l’attore!» Una patologia dalla quale è difficile guarire, anzi spesso è molto contagiosa, tanto che le note musicali della Passeggiata su via Etnea, prima di introdurre i personaggi di Camilleri, hanno salutato la camminata sghemba di Triestino che s’accomodava sullo sgabello.
«I duellanti» è un racconto delizioso, attraverso il quale i colori di un’epoca passata e quelli ancor più accesi di un Sud sempre in agguato di rocambolesche baruffe, rivivono in maniera paradossale e autentica. La storia è certamente surreale, ma i personaggi sono veri, li ho rivisti nella mia memoria disegnati dalle parole di Camilleri che s’è divertito a raccontarli con un brio indiavolato alla maniera di un vignettista, alla maniera di un Fellini pirotecnico. E il lettore/attore ha colto, con una brillante interpretazione, piena di andanti, di molto presto e prestissimi che ha saputo alternare con adagi e minuetti, il lato comico, l’esagerazione, il particolare fantasioso, la sfumatura romantica, la vena istrionica, e le fondamenta drammatiche che il nostro meridione mantiene vive nella tradizione.
Sullo sfondo storico c’è la figura del podestà, che rappresenta il potere fascista, determinato e ottuso, certamente più ridicolo che severo e mai cattivo. In primo piano due gelatai che si fanno concorrenza su una spiaggia in riva al mare. Si comincia con un gelato preistorico servito su una cialda per finire a colpi di coni. Tra un gelato e l’altro scorrono infiniti i sentimenti, quelli caldi dell’isola durante l’estate: dalla gelosia all’invidia, dall’allegria di un’idea ben riuscita alla rabbia «per non averci pensato prima», dalla gratitudine di un favore alla delusione di una inaspettata novità. C’è un mondo esemplare, semplice di povertà genuina, sodale e filosofico, ma esuberante di promesse e di aspettative nel quadro di Camilleri, ironico, macchiettistico, scoppiettante. Triestino, con grande abilità, legge la storia, regala le voci ai protagonisti, s’inerpica nel dialetto siciliano e s’addolcisce in quello romagnolo; finge una litigata, trama una congiura, diventa timido mezzano di pizzini, rimanendo ancorato al suo sedile, con la gamba dolorante distesa su una sedia.
Il testo è ritmo, e i personaggi vivono di questo necessario continuo movimento armonico che il racconto contiene. L’attore è fermo, bloccato, ma il contrasto delle parole che scivolano leggere e frizzanti, come una cascata travolgente, diventa ironia vivissima e spietata sull’immobilità della stampella in bella vista, che giace a terra, incapace di sovvertire quella patologia che l’attore, sempre sorridente, sembra aver già dimenticato. (fn)
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I duellanti, di Andrea Camilleri. Lettura di Paolo Triestino. Musiche di Germano Mazzocchetti. Al Binario 30, via Giolitti, 163. Replica 16 novembre
Foto: La copertina del racconto riproposto da La Repubblica
