28 gennaio 2026

«Con la carabina» di Pauline Peyrade (regia, Licia Lanera)

«Con la Carabina», di Pauline Peyrade (regia, L. Lanera)

Roma, Spazio Diamante
27 gennaio 2026

LA MEMORIA DELLA CARNE NON PERDONA

Con la carabina racconta di cose che accaddero anni addietro. Cose non belle, anche se al momento potevano sembrare bellissime, almeno per lui. Cose che accaddero tra lui e lei quand’erano adolescenti (forse anche meno), e non furono premeditate, non ci fu cattiveria, non ci fu imposizione, non ci furono minacce e non ci fu nemmeno violenza. Eppure, di violenza si tratta. Della violenza più subdola. Quella che s’insinua sotto la pelle del carnefice, ancora inconsapevole di quel che la natura gli sta imponendo, e con grazia stucchevole diventa ferro arroventato per la vittima nella quale lascia il segno indelebile per tutta la vita. Non è un ragazzino sbandato lui e nemmeno malvagio, ma è uno come tanti che non sa trattenere i suoi impulsi, e a cui nessuno gli ha insegnato a ragionare sull’istinto sessuale. E soprattutto mai nessuno gli ha detto che quelle cose devono essere concluse con reciproco entusiasmo.

C’è anche lei, in scena, ormai diventata grande, con il suo corpo di donna, e le sue carni ancora ferite, che si portano dentro l’odore del sangue offeso, come memoria tangibile di una lacerazione che non s’è mai rimarginata. La memoria della carne, quella che non ascolta il linguaggio della legge né quello dei santi. E lei racconta di un altro episodio, accaduto qualche anno dopo, sempre tra loro due, gli stessi di prima: una storia che con l’altra ha in comune soltanto la violenza. Perché violenza porta esclusivamente violenza. È questo il tema centrale del dialogo con il quale Pauline Peyrade, francese, a luglio trent’anni, attraverso una scrittura scarna ed estremamente semplice, intreccia le due vicende per farle vivere sulla scena con un equilibrio lancinante, dove le due facce della violenza si mostrano in un crescendo di terribili contraddizioni. Una doppia severa denuncia. I due non hanno nome, ma l’autrice li identifica come l’Arma e il Bersaglio e, in epoche distanti, sono pronti a scambiarsi di ruolo.

Licia Lanera pensa a una regia altrettanto essenziale, ma molto efficace, partendo da un arredo formato da un tavolino con due sedie e un modellino in miniatura di una simbolica ruota panoramica, tipica delle fiere o dei luna-park, che girando ti porta su su su e poi inevitabilmente giù giù giù. Ai lati, due proiettori che gli interpreti spostano per illuminare il passaggio del tempo, più che del luogo. Per il pubblico è sufficiente il segnale di un cappellino ramato che lui indossa diventando ragazzino, inconsapevole carnefice, e si toglie quando, qualche anno dopo, ascolterà la versione dei fatti da colei che li patì. I protagonisti delle storie, quindi, si alternano e si subiscono vicendevolmente: è la ruota che gira! In scena sempre i due stessi attori, Ermelinda Nasuto e Danilo Giuva, assai convincenti, bravi nella loro recitazione macchiata dalle veraci cadenze dialettali, ma soprattutto coraggiosi per essersi accollati il peso di una realtà tanto spietata quanto comune: lo stupro travestito da irruente dolcezza è qualcosa che tutti abbiamo sfiorato in gioventù. E il palcoscenico – con quelle luci accecanti – diventa uno specchio incandescente dove l’erotismo rivive in forma raggelante. I contrasti di quest’allestimento (si sarà capito, spero) sono i cardini sui quali cigolano i nostri ricordi adolescenziali, quando vergogne e paure si confondevano con esuberanze e curiosità.

Sarebbe bello, e certamente più distensivo, poter arrivare alla fine dei due quadri e riuscire liberamente a esprimere una sentenza a favore dell’uno o dell’altro, ma questo non ci è consentito, perché la regista ci accolla tutta la responsabilità dei fatti – commessi e subiti, non c’è differenza – facendoci rimanere «agganciati e sospesi» alle azioni alle quali abbiamo partecipato (anche solo vedendo), con una strategia mai vista, un vero coup de théâtre: niente applausi per i protagonisti. Quando, infatti, al culmine del dramma le luci in palcoscenico si spengono, i personaggi svaniscono e noi siamo tutti lì, seduti, ad applaudirci da soli, guardandoci in faccia gli uni con gli altri, quasi a complimentarci tra di noi per quello che è accaduto anni addietro, e che allora ci sembrò bellissimo, o forse terribile. Siamo soltanto noi: spettatori-attori. Gli interpreti ci hanno abbandonato alla nostra memoria. E con questo pugno allo stomaco si torna a casa.

E siccome non ci sono stati ringraziamenti finali per gli attori in ribalta, da qui invio un grande applauso a Ermelinda e Danilo, a Licia e a tutti i suoi collaboratori. Se lo meritano. (fn)
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Con la carabina, di Pauline Peyrade. Traduzione, Paolo Bellomo. Regia di Licia Lanera. Con Danilo Giuva e Ermelinda Nasuto. Scene, da regia. Costumi, Nina Martorana. Musiche, Francesco Curci. Luci, Vincent Longuemare. Produzione: Compagnia Licia Lanera, in coproduzione con Polis Teatro Festival. Allo Spazio Diamante, fino al 1° febbraio

Foto: Danilo Giuva e Ermelinda Nasuto (© Manuela Giusto)

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