UNA CLAUSURA SEMPRE MENO ASSURDA
Prima dello spettacolo, in attesa di accedere alla sala, mi sono soffermato ad ascoltare un professore che accompagnava una sparuta scolaresca. Ragazzi di 16/17 anni ascoltavano increduli una delle tante parabole sulle intenzioni intellettuali che Samuel Beckett avrebbe disseminato nel testo. Negli anni passati il teatro dello scrittore, premio Nobel, è stato analizzato da fior di sapientoni ossessionati dal voler disvelare l’assurdo che si nascondeva dietro i personaggi, pensati dall’autore per esporre la sua visione su un’umanità per la quale non riservava alcuna stima. Dieci anni dopo «Aspettando Godot» (che è del 1947), l’irlandese scriveva Finale di partita. Sono i due testi chiave della sua produzione teatrale: quelli più dibattuti dalla critica letteraria e non solo. Queste esasperanti dissertazioni, le stesse che hanno spinto il professore ad avventurarsi su scivolose erte, hanno contribuito a rimescolare ancor di più le idee, le supposizioni, le citazioni e i riferimenti, e naturalmente a confondere i significati celandoli anche dietro ipotetiche, e non so quanto costruttive, partite a scacchi.
Il lavoro di Gabriele Russo, invece, libera Beckett da tutte le sue complicazioni supplementari, comprese le scacchiere, riversando il bagaglio dell’assurdo – o quel che un tempo poteva apparire tale – sul grigio panorama odierno della nostra società, dalla quale due individui, che non mancano di una certa saggezza, decidono di ritirarsi a vita segregata, ignorando il resto del mondo, in una stanza dove l’orizzonte esterno rimane una meta irraggiungibile. L’autore si serve di Hamm e di Clov, due tipi menomati: il primo fisicamente, chiuso nel buio della cecità; l’altro decimato nel morale alla ricerca di un solido affetto, tanto da accettare il ruolo scomodo di servitore, in attesa che l’altro gli mostri la verità nascosta dietro i suoi occhi.
E sulla necessità affettiva si gioca il «Finale di partita»: cioè, prima della resa. Pur volendo rinunciare al mondo esterno, territorio oggi invalicabile per chi non ha occhi guardinghi (Hamm, lo straordinario Michele Di Mauro) e carattere più che intraprendente (Clov, Giuseppe Sartori bravissimo), occorre costruirsi una vita nella quale l’amore faccia da fondamenta: senza cuore è difficile andare avanti. Ma l’amore può attecchire dove c’è un’intesa che nasce dalla comunicazione, dallo scambio di parole che diventano proposte e comprensioni. I due protagonisti invece sopravvivono con terrore al silenzio, consumando un linguaggio elementare rivolto al passato («Ieri… vuol dire mille disgrazie fa») oppure per indicare le priorità quotidiane («È l’ora del mio calmante?)», gesti abitudinari (come quello di guardare oltre le finestre), ripetizioni ossessive («Vammi a prendere il rampino»). Hamm dirige il gioco, sapendo che vince chi perde: e lui ha già gettato la spugna.
La regia sottolinea questa mancanza di calore umano presentando i vecchi genitori di Hamm (Alessio Piazza e Anna Rita Vitolo) prigionieri in una vasca da bagno dall’aspetto assai decadente, dove la sensazione di ruggine fa del passato un periodo non molto migliore del presente. Anche lì ristagna l’aria dell’anaffettività. E forse proprio dal passato giunge il vento fetido dello squallore che oggi respiriamo: «Il mio regno per un netturbino», è il grido di battaglia di Hamm, in attesa che qualcuno ripulisca il marcio che la gente lascia cadere al suo passaggio. Riportando la vicenda in un tempo che ci appartiene, Russo tira fuori dal testo l’anima verace della scrittura di Beckett che considera gli uomini infelici solo perché nati: infelici i genitori, infelici i figli e lo saranno inevitabilmente anche i nipoti. «Non c’è niente di più comico dell’infelicità», dice Beckett per bocca di Hamm.
Quando, in scena, Clov cerca il cannocchiale ho avuto l’impressione che Gabriele Russo, avesse riletto le battute usando metaforicamente quello stesso oggetto al contrario, ossia da una posizione futura, per risalire a ritroso nel tempo e lasciar annegare il germe malefico della solitudine in una vasca da bagno, dietro una tendina sgualcita (ovviamente, se non si vedessero le righe verticali della fresca piegatura sarebbe più credibile!) che lascia trapelare, con l’apertura e la chiusura di un sipario, l’eterno gioco del teatro, sostenuto anche da alcune battute dell’originale. D’altronde il palcoscenico è l’unico spazio dove passato, presente e futuro possono coesistere in una clausura, oggi, sempre meno assurda: resa quotidiana da certe abitudini che ci aiutano a rimanere chiusi in casa.
Con fastidiosi microfoni gracchianti
