27 gennaio 2026

«La donna fatale e Don Ferdinando Russo», articolo di Francesco Cangiullo

La carrozzella di Cicciotto vista da Francesco Cangiullo

Roma, Momento Sera
martedì, 1° agosto 1950

QUANDO IL POETA PERSE LA TESTA PER LA BELLA MALIARDA

Ritrovo casualmente in un vecchio libro di Ferdinando Russo un ritaglio di giornale che si concentra su un ricordo del famoso poeta napoletano, firmato da Francesco Cangiullo, scrittore e pittore suo conterraneo, il quale sin da giovanissimo partecipò molto attivamente al movimento futurista del Marinetti. Tra Cangiullo e Russo, una ventina d’anni di differenza d’età (l’autore di Scetate, molto ammirato dal Carducci, nacque nel 1866, mentre il Cangiullo è del 1884) si instaurò, a cavallo dei secoli XIX e XX, una reciproca stimabile amicizia. In quel periodo, a Napoli, Russo era ancora considerato l’antagonista storico di Salvatore Di Giacomo, sostenuto dal Croce, tuttavia, il suo carattere ribelle e fumantino e la sua schietta vulcanicità lo rendevano un beniamino del popolo. Abitava nella parte alta del rione Stella – sotto Capodimonte – in una villa che subito dopo la prematura scomparsa fu reputata «sacra» sede di preziosi cimeli: oltre che per gli scritti autografi dell’insigne, anche per l’eccezionale collezione di dipinti napoletani dell’Ottocento.

L’articolo saltato dalle pagine del volume «La confessione» (ed. Pierro, 1901), e pubblicato sul quotidiano romano Momento Sera, il 1° agosto 1950, con il titolo «La donna fatale e Don Ferdinando», narra di un incontro in un bar, nei pressi di piazza Vittoria, tra Russo e Cangiullo, databile nella primavera del 1901. Infatti, chi ha redatto il pezzo all’inizio scrive: «… don Ferdinando, allora sui trentacinque…». Facendo un rapido calcolo, se Russo nel ‘901 aveva 35 anni, Cangiullo ne contava appena 17. Ragazzo sveglio, da un anno aveva fatto il suo ingresso nel circolo partenopeo dei futuristi, eppure potrebbe sembrar assurdo che, così giovane, fosse già entrato nelle grazie del polemista più spregiudicato della città, tanto da diventare il confidente di una passione amorosa. A conforto di questa stranezza, c’è da dire che il poeta era fraterno amico del padre del Cangiullo, che cominciò a frequentarlo sin dall’adolescenza e ad apprezzarne tanto le dolcezze poetiche quanto le acri invettive. Nell’articolo, inoltre, a conferma di questa data, viene citato il monumento a Giovanni Nicotera, inaugurato nel 1900; e viene anche nominata la poesia di D’Annunzio, ancora col titolo originale, Vucchella. Questo particolare ci fa capire che l’episodio è antecedente alla versione musicata, che è del 1904, quando poi prese il titolo di ‘A vucchella.

Lascio ora la parola al Cangiullo, anche se nell’articolo sono intervenuto, in parentesi quadra, per chiarire ai non napoletani qualche inevitabile parola in vernacolo e un paio di piccole curiosità. (fn)

*

Nel palazzo dove abitava il pittore Vincenzo Migliaro, in via Satriano alla Vittoria, il poeta napoletano Ferdinando Russo aveva la sua donna fatale, bellissima; che, in una parola, lo ammaliava. Onde, don Ferdinando, allora sui trentacinque, figura affascinante (ormai affascinata) di moro slanciato, dagli occhi come cozzeche [cozze, ndr] bagnate, capelli come ricci di mare e il sorriso del rubacuore, cui una volta tanto hanno rubato il cuore, passava le sue giornate al «Caffettuccio» che fatalmente apriva le sue porte sotto i balconi della bella Sirena: sotto i quali, il cantore trasognato, scrutando il mare di contro, le dedicava canzoni di gelosia e di passione, e come un turco fumava e prendeva caffè.

Era in quell’epoca gravemente innamorato. Ed io spesso gli tenevo compagnia, e prendevamo caffè insieme, mentre le nostre sigarette intrecciavano un amplesso azzurrognolo che le consumava e le spegneva invano. D’estate, sotto la tenda dell’assonnato ritrovo, sembravamo due ignavi orientali. Talvolta il diversivo era una conversazione sulla pittura. Russo amava l’Ottocento napoletano, naturalmente, e avea una scelta raccolta – poco e buono – che ogni anno arricchiva come la sua borsa gli permetteva. Diversi dipinti erano omaggi di amici: Mancini, Michetti, Irolli, Migliaro, Dalbono, Scoppetta…

Quel pomeriggio mi disse con un sorriso birichino e di compiacimento (sorrideva sempre, anche se soffriva d’amore):
- Ho aggiunto un altro quadretto alla mia modesta raccolta. Avete da fare?
- Sono a vostra disposizione.
- Siete molto amabile: ve lo vorrei far vedere.
- Con piacere.

Suonò al cameriere, riveritissimo pagò lasciando una lauta mancia, e accennò verso il monumento a Nicotera, a un cocchiere ammartenato [nel gergo della mala, ‘o martino era il coltello: qui si intende di uomo che mantiene un atteggiamento da guappo, ndr] (fuori serie, azzimato e spavaldo) dalla carrozzella luccicante, il quale entusiasta di tanto onore si avvicinò a trotto pettoruto e rasentò con bravura il marciapiede del «Caffettuccio», e fermando di colpo il brillante camminatore [il cavallo, ndr], si scappellava in serpe sollevando dal capo la bombetta biancoperla, come una statua equestre: Cicciotto di Porta San Gennaro. Passavano due signori verso il trottatoio [l’attuale Villa Comunale che delimita all’interno via Caracciolo, ndr], uno disse: «Vedi Ferdinando Russo», il quale in quel momento montava in vettura levando il capo ad un balcone; e come Cicciotto avea fatto di cappello a lui, egli si toglieva la paglietta e salutava la bella della riviera. Lungo il percorso poi, a destra e a sinistra, rispose a un centinaio di saluti e di sorrisi, anche muliebri.

Giunti a destinazione, Cicciotto non voll’esser pagato. Il poeta insisteva, ma il cocchiere ammartenato disse con emozione: «Commendato’, mi è bastato l’onore di avervi incarrozzato. Se poi, vostra Eccellenza, non mi credete degno di tanto onore, vuol dire che accetto la moneta. Ma questa mortificazione non me la merito». Don Ferdinando si commosse, ed anch’io. E pensai che solo il popolino napoletano è capace di tratti così rispettosi, così umili e così spirituali. Il poeta lo ripagò largamente con un sorriso rubacuore e una cordialissima stretta di mano: «Grazie, Cicciò, statte buono». Il cocchiere si curvò sulla cassetta, gli baciò la mano, sollevò di nuovo la bombetta sul capo: «Servo, Eccellenza». E sferzò vittorioso: «Ah!».

M’introdusse nel suo studietto e mi disse (sorrideva sempre, i denti bianchissimi): «Il nuovo dipinto, cercatelo voi che conoscete tutta la mia collezione». «È qui? – gli domandai – Non è nel salotto?». «No. È qui». Ed era ridente e capriccioso anche il fumo della sua perpetua Macedonia [marca di sigaretta dell’epoca, ndr]. Io guardavo attentamente i quadri alle pareti.
- Non trovate nulla di nuovo? Nulla che vi attrae, o che vi parli?
- Un momento. Sì, una bocca!
- Una bocca! - Sospirò lui.
E io alquanto sorpreso: «Non avrei mai immaginato un quadro simile».
- Che è la morte mia – rispose.
Mi avvicinai al minuscolo dipinto, curioso di leggere innanzi tutto la firma: Vincenzo Migliaro.
- Che bizzarra idea. Bella, però! - Poi, come chi ha mangiato la foglia, guardai lui che si pronunziò ancora una volta senza farne mistero: «È la mia passione».

Era veramente sensazionale. Solo una bocca. Una bocca votiva. Sembrava una reliquia custodita sotto vetro in una piccola cornicetta Louis XVI, nell’ovale di un pas-par-tout d’oro fino. Era dipinta con maestria e seduzione: parea un sospiro di fiamme, una rosa vellutata che si schiuda per parlare. Dopo un silenzio, don Ferdinando diceva: «Quando Gabriele (D’Annunzio), giovanissimo, nel suo periodo napoletano pensava di scrivere Vucchella (boccuccia) [i versi di ‘A vucchella, musicati da Francesco Paolo Tosti nel 1904, furono scritti nel 1892, sollecitati proprio dal Russo che sfidò il poeta pescarese sulla sua capacità di comporre una poesia in dialetto napoletano, ndr], a questa bocca avrebbe dovuto ispirarsi!».

Ma allor che, anni dopo, glielo ricordai a Migliaro, il maestro ruppe nella sua nervosa risata di vecchio scugnizzo: «Ahahahah… Ahahahah… volle che io gli dipingessi la bocca della innamorata, ahah. Che guagliona! Che guagliona che era!»
- E gliela dipingeste dal vero?
- Dal vero, dal vero, perdio! Quello la volle tale e quale!
- E la signora?
- Se la fece dipingere, se la fece dipingere! Ma che volete farci… Quann’uno perde ‘a capa pe na femmena!
Francesco Cangiullo
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Disegno: La carrozzella di Cicciotto vista da Cangiullo

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