INTIMA RAPPRESENTAZIONE DELLA MORTE DI UN SOGNO
Concetto fondamentale che il sognatore, protagonista de Le notti bianche, confessa alla giovane Nasten’ka durante la seconda notte, quando il dialogo si fa più denso, riguarda la differenza tra la vita insulsa della gente comune, che mai si spezzerà all’improvviso, e la brusca fine dei sogni, condannati invece a svanire in un attimo. Dostoevskij lo fa dire chiaramente al suo alter ego: «… anche i sogni muoiono!», intendendo che con la fine del sogno, si spegne l’anima del sognatore, la sua fantasia, il desiderio, tutte quelle sensazioni che sono più vive ed eccitanti della realtà circostante. Lucia Rocco, che ha adattato il racconto con molta cautela e infinito rispetto per l’autore (tant’è che in locandina si legge che lo spettacolo teatrale è di Fiodor Dostoevkij, e non tratto da F. D.), da regista s’è lasciata guidare, per incanto, da questa indicazione, sottraendola alla narrazione, ma traducendola visivamente per la scena; cosicché l’intera rappresentazione gira intorno all’angoscia del più bel sogno che ineluttabilmente sta per spezzarsi.
Il sognatore dell’ottimo Paolo Cresta, sin dalle prime battute, infatti, sa che il suo sogno non potrà durare a lungo, e il racconto, dopo un prologo pieno di ironia sulla inadeguatezza delle relazioni sociali, si riempie subito dell’affanno drammatico di un intimo tormento che castiga la sua ostinazione a voler vivere di illusioni e solitudine, e – ammette l’autore – anche tanta pigrizia. L’attore costruisce il personaggio sul filo di una lucida follia, con slanci sonori apparentemente esagerati che sembrano sfiorare il delirio, ma tipici di chi non sa gestire un dialogo perché non ha mai avuto l’occasione d’imparare a modulare i toni. Per strada, ancora oggi, se ne incontrano «sognatori» del genere! Un «genere neutro», specifica lui coscienzioso della sua alienazione alla socialità, sempre pronto a sottolineare i refusi della solitudine, come fossero talvolta fumi di una sbronza o anche esaltazioni di una beatitudine momentanea. Nell’occhio del sognatore, in certi sguardi rivolti ad arte verso la platea, si coglie di continuo il terrore per l’attimo: che ora è emozione e fra poco non sarà più nulla, forse neanche il ricordo.
La regista ambienta il dialogo in uno spazio indefinito, delimitato da tre pareti su cui sono proiettati disegni psichedelici che mostrano forme geometriche semplici, con colori ipnotici e fluidi che richiamano le visioni oniriche, ma che molto strizzano l’occhio al contemporaneo. Separa le quattro notti bianche alternandole con brevi momenti coreografici, durante i quali la Nasten’ka di Francesca Piccolo ripete i movimenti sincopati di un carillon che, dalla brillantezza iniziale, risente sempre più della mancanza di una ricarica: segno che la passione del sognatore la riempie di un’armonia poco consistente e soprattutto senza soddisfazione.
C’è uno squilibrio evidente tra i due personaggi costruiti da Dostoevskij. Lui non è un bello (il riferimento ovviamente va al Mastroianni del film, tra i meno riusciti, di Visconti), lei mostra lineamenti graziosissimi. Lui è un narratore eccellente di se stesso e della vita degli altri che osserva attentamente; lei si arrangia a raccontare la triste storia della sua piccola esistenza. Il fascino di lui è tutta nella parola che diventa prima passione, poi illusione e verità, vita e morte di un sogno; il fascino di lei risiede nella fiducia che ripone nel saper ascoltare l’altro. Queste diversità che in prosa prendono la consistenza di preziosi camei che formano la grande letteratura, sulla scena ricadono sulla qualità attoriale: cosicché, da una parte c’è l’esaltazione della prova di Cresta e dall’altra un’attrice che fatica a rintracciare gli appigli con cui teatralizzare il carattere irrisolto di una tinca.
Con microfoni
