LA TRAGICA STORIA DELLA NOBILE FATTUCCHIERA
Bellezza Orsini nacque tra il 1475 e il 1480 a Collevecchio in Sabina. Di lei si sa che fu figlia naturale del nobile Pietro Angelo Orsini, pertanto, crebbe nel palazzo nobiliare di Monterotondo, ricoprendo il ruolo di serva e di cuoca. Bellezza fu il suo nome: all’epoca era abbastanza comune usare sostantivi augurali (come Grazia, Speranza, Beata) per battezzare le neonate. La sua passione per le erbe e per i benefici che esse provocavano le diedero fama di guaritrice prima, e successivamente di fattucchiera. Fu processata per stregoneria e malefici nel 1528 nella rocca di Fiano Romano: condannata al rogo, morì suicida in cella. Lasciò un quaderno autografo scritto durante la prigionia nel quale racconta la sua storia e la verità che sotto tortura dovette confessare. «Non ho mai commesso omicidi», grida ai giudici all’inizio del processo, ma poi qualcosa cambia, e l’arte della guarigione si trasforma in maleficio.
A noi non interessa se tutto ciò sia vero o se appartiene al mondo delle leggende medievali: sì, perché la storia di Bellezza Orsini, pur se vissuta in pieno Rinascimento, risente di influenze molto più antiche, e la lingua a cui Adriano Evangelisti si affida per portare in scena l’affascinante monologo, eseguito da Maria Cristina Gionta, è il dialetto sabino del Medioevo, ricco di suoni arcaici e rustici. Fa da contraltare la dolce musicalità di Emiliano Ottaviani, che con voce, chitarra e qualche percussione diventa il fulcro della finzione teatrale. Intorno alle sue note, infatti, si snodano i contenuti storici raccolti da Michele Di Sivo, il quale, avendo studiato i documenti conservati all’Archivio di Stato di Roma, ha potuto ricostruire in un volume gli atti del processo subito da Bellezza. Dunque, Evangelisti delega alla voce di un menestrello l’apertura del racconto che da canzone si trasforma in confessione per bocca della protagonista, che immediatamente si industria in una pozione.
La Gionta, ben calata nella parte, rievoca passaggi della sua esistenza travagliata, muovendosi tra piccoli ambienti, che le luci di volta in volta scoprono, come fossero ricordi. La memoria si accende sul pestello che batte nel mortaio; poi si illumina tra i fogli sparsi di una raccolta di ricette per guarigioni o per fatture; affoga nel catino delle torture in attesa della confessione, ed esplode nel racconto della verità nel bosco dove avvenivano i sortilegi. C’è un percorso che il regista disegna con precisione: un crescendo che l’attrice esegue con dovizia di gestualità e di presenza scenica, tuttavia, mancando il supporto fisico degli aguzzini, la loro severità si dovrebbe avvertire dal rancore prima, e dal terrore poi, che la donna patisce anche nel momento in cui la sua testa viene affogata nell’acqua. Se la regia è attenta a costruire una tensione emotiva rispettando tempi ed estetica, la voce della Gionta, pur sostenendo l’intero racconto, manca di qualche energia, per cui la vicenda è ben narrata ma mai vissuta. Avrei voluto essere più coinvolto dai suoi toni: non ho sentito la potenza dei bassi che solitamente dovrebbero scuotere la platea ed entrare nelle viscere degli spettatori. La sua intensità vocale, il dolore e lo strazio evocato, sono rimasti sulla scena, bloccati dietro la quarta parete, mentre la tensione visiva è stata più che convincente.
C’è un’altra questione, però, che mi è andata all’occhio, e riguarda il mondo contemporaneo. Durante la confessione delle magie, sulla musica di Ottaviani, la Gionta soffia su una manciata di polvere provocando una nuvola bianca; poi alcune parole dicono: più vai avanti, più ne vuoi; e infine la canzone chiede: «Non so qual è più gradita: se la morte o la vita». Sono tutti riferimenti che spostano il pensiero verso il mondo della droga, ed è un risvolto inaspettato che coglie in pieno il dramma di una giovane donna che dalle piante ricava la pozione (o la dose) che venderà a chi non ne può più fare a meno. Per questo sarà processata e condannata e soltanto prima di darsi la morte troverà l’onestà di confessare che l’ha fatto per guadagnarsi da vivere. Nel dramma di Bellezza Orsini c’è tutto il nostro mondo più tragico e sconfortante. (fn)
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Bellezza Orsini, liberamente tratto dal libro «Bellezza Orsini. La costruzione di una strega» di Michele Di Sivo. Ideazione e regia di Adriano Evangelisti. Con Maria Cristina Gionta. Musiche e suoni dal vivo di Emiliano Ottaviani. Produzione: Effimera, Compagnia Gabriele Lavia. Al Teatro Le Maschere, fino a domenica 18 ottobre
Lo spettacolo apre Amori Rubati 2026, il progetto dedicato al tema della violenza di genere a cura di Federica Di Martino
Foto: Maria Cristina Gionta (© ???)
