24 ottobre 2026

«Le statue di sale», scritto e diretto da Marianna Adamo

L'immagine di locandina

Roma, Teatro Belli
23 ottobre 2026

«QUANDO CREDI DI AVER CAPITO, NON HAI CAPITO»

L’autrice scrive in nota: «I personaggi entrano come maschere pirandelliane e, una dopo l’altra, si spogliano, senza che questo basti a dire dove stia la verità: quando credi di aver capito, non hai capito.» Infatti, si è capito ben poco! Mi sono sfuggite perfino le maschere pirandelliane e soprattutto nessuno si è spogliato, né degli abiti, né metaforicamente. Purtroppo, quando la comprensione del testo non esce dalle nebbie di una scrittura confusa (e poco teatrale), non c’è annotazione che possa garantire schiarite. Tuttavia, qualche rimembranza ripescata dagli echi giovanili mi ha spinto a rileggere un passo della Genesi, in cui la moglie di Lot viene trasformata in statua di sale perché, allontanandosi dalla distruzione che colpì la città Sodoma, disobbedì alle disposizioni degli angeli che imposero alla famiglia reale di scappare senza mai guardarsi alle spalle.

Non a caso, in scena c’è una Bibbia e un prete (Matteo Fasanella) che in essa cerca conforto per superare una prova che però non si riesce bene a decodificare. Inoltre, c’è un soldato (Lorenzo Martinelli), sopravvissuto alla guerra in Afghanistan, ancora in divisa mimetica. Infine, una ragazza (Marianna Adamo) che ha sostituito il suo pupazzo dell’infanzia con il cellulare, la quale ama filmare e fotografare ogni istante della sua esuberanza. I tre sono chiusi in una stanza: da lì non si esce e, come in una sorta di escape room, bisogna trovare la soluzione che possa restituir loro la libertà, prima che sia troppo tardi. Prima, cioè, che uno di loro venga trasformato per sempre in statua di sale da un ente superiore (Giuseppe Coppola), forse Dio in persona, forse un grande fratello che si fa chiamare Morgan.

Per questo rebus irrisolto Marianna Adamo sceglie tre personaggi di carattere e interessi molto diversi, forse troppo, tant’è che, malgrado le tensioni, non arrivano mai a imbastire un rapporto. Ognuno parla su un livello senza mai incrociarsi con l’altro. È sempre la voce dell’autrice quella che si sente in scena, la quale scrive animatamente la sua parte, mentre i ruoli maschili risultano posticci o, nel migliore dei casi, da supporto. Solo le battute del presunto Dio mantengono uno stile diverso, scritte in versi sciolti talvolta in rima. È l’unico personaggio che mantiene un suo stile.

C’è anche la regia che mal funziona, ma sarebbe lungo l’elenco degli errori commessi. Mi soffermo sul più evidente: chi pone un tavolo al centro della scena, in un palcoscenico di dimensioni ridotte, è condannato a darsi la zappa sui piedi. Tra gli attori, soltanto Martinelli è riuscito a ritagliarsi il suo intenso momento di credibilità. (fn)
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Le statue di sale, scritto e diretto da Marianna Adamo. Con Marianna Adamo, Matteo Fasanella, Lorenzo Martinelli, Giuseppe Coppola. Costumi, Imperium Artis di Valeria di Pofi. Compositore, Alessandro D’Agostini. Light design, Matteo Fasanella. Produzione: Oro studios. Al Teatro Belli, fino al 25 ottobre

Durata: 95’
Senza microfoni

Foto: l’immagine di locandina

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