29 ottobre 2026

«Toilet», scritto e diretto da Gabriele Pignotta

«Toilet», scritto e diretto da Gabriele Pignotta

Roma, Piccolo Eliseo
28 ottobre 2026

«MI CHIAMO RENZO E … TI PENZO»

Non c’è nulla di più noioso di un uomo chiuso in bagno con il proprio cellulare. In una situazione surreale il venditore Flavio Bretagna si ritrova nella toilette di un autogrill di una strada statale non meglio indentificata, in un luogo di cui non sa nemmeno rintracciare il nome. Questa nebbia che avvolge l’arrivo del personaggio potrebbe essere un inizio curioso, ma il suo cellulare squilla in continuazione. Lui risponde, parla, saluta, riattacca. Chiama un altro contatto, si arrabbia, chiude la conversazione. Il telefono suona ancora: altra persona, altro tono, ma il procedimento non cambia. Ripetitivo già dopo pochi minuti. La sorpresa, però, arriva quando l’uomo sta per uscire e la porta della Toilet non si apre, resta bloccata senza possibilità di scampo. Fuori non c’è nessuno e nessuno ci sarà per svariate ore. Ecco di nuovo la nebbia del surreale, purtroppo dimenticata là fuori, abbandonata in strada; invece sarebbe stata la svolta che avrebbe potuto regalare al nostro protagonista una situazione più teatralmente accattivante e meno legata alle sterili dinamiche degli sketch televisivi, quelle che sembrano barzellette istantanee dall’aria baldanzosa e tenute insieme da un collante di pura superficialità.

Gabriele Pignotta porta in scena, sul Piccolo palcoscenico dai nobili natali, il suo fortunato lavoro che debuttò nel lontano 2019 e che nel 2022 divenne anche un film. Tuttavia, al di là di qualche battuta ben costruita, a uno spettacolo teatrale si richiederebbe qualche luce intellettuale appena più luminosa, se possibile. Andare avanti per 90 minuti facendo soltanto leva su una comicità a singhiozzi, perché tutti gli interlocutori restano avvolti nel silenzio dall’altra parte del filo, costruendo situazioni sempre più prevedibili, visto che il cerchio delle telefonate si stringe costantemente, e la cella in cui il personaggio è ingabbiato obbiettivamente offre poco, tutto ciò, messo insieme, sviluppa una certa monotonia, priva di un vivo interesse psicologico o sentimentale. Flavio Bretagna è un omino e, imprigionato nel bagno, malgrado gli sforzi dell’autore, non riesce a confezionare alcuna introspezione che possa riscattarlo. È un uomo solo, stretto dalle maglie del cellulare più che dalle mura di un bagno, il quale vive, come tanti ormai, a contatto con una umanità che non vede, ma di cui conosce perfettamente le voci. E un omino che nello specchio rotto della toilette riconosce qualche sua manchevolezza, soprattutto nei confronti della figlia e di se stesso, ma è incapace di approfondire l’autodafé perché l’autore è troppo impegnato a cercare la facile risata della platea. E allora invece di riflettere sulla sua vita, preferisce leggere scritte e messaggi tipici di quegli ambienti: «Mi chiamo Renzo e quando cago ti penzo», con la zeta per la rima!

Il livello è questo, o poco più. Cavallo di battaglia di Pignotta, sono le telefonate ai Carabinieri quelle che fanno più ridere. Dal 1970 l’Italia se la spassa sulle imbarazzanti diavolerie di tenenti e marescialli dell’Arma, sarebbe ora di cambiare registro: forse il Piccolo Eliseo avrebbe meritato di più. Se l’autore sente la necessità di ricorrere alla comicità spicciola che negli anni è stata profusa sugli uomini della Benemerita, vuol dire che Pignotta ha ben poche novità da raccontarci. Le chiamate si susseguono in continuazione – d’altronde è l’unico modo per far parlare Flavio Bretagna, altrimenti resterebbe muto come un pesce – e a un certo punto il meccanismo umoristico si disvela con ovvietà, tanto che gli spettatori già intuiscono, e sommessamente suggeriscono, il nome di colui che dovrà interloquire con lo sfortunato prigioniero coatto per infiocchettare al meglio il pacchetto comico. Questo perché, all’interno della gabbia che i servizi igienici offrono, tutto è ghiacciato dalla realtà e non può esserci alcuna sorpresa né stravaganza, né altro dinamismo che la clausura. Una situazione teatrale già battuta da molti autori («A porte chiuse», ne è un esempio capolavoro) che però hanno avuto l’accortezza di lasciare il mondo della realtà fuori del teatro per portare in palcoscenico il surreale, l’ignoto, il fantasioso, l’inconscio.

Non a caso soltanto il sottotitolo incuriosisce davvero per via di quel paradosso che termina la frase: Sono chiuso qui dentro ma nessuno sa dove... neanche io! Ma quando l’arcano poi si svela, e la banalità vien fuori palese, si resta con l’amaro in bocca, accorgendosi che la parte più interessante, quella che avrebbe fatto più gola, è rimasta fuori scena, solo perché non fa ridere. Pochi giorni fa un’acuta riflessione del professor Andrea Bisicchia sottolineava quanto il teatro oggi non cerchi più e non creda più all’ignoto, e io aggiungo, alla metafora: questa di Pignotta ne è una scialba e triste conferma, non per l’argomento ché ogni motivo è giusto per far teatro, ma per il disinteresse con cui è stato trattato. Disinteresse, sia chiaro, per il teatro! (fn)
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Toilet. Sono chiuso qui dentro ma nessuno sa dove... neanche io! Scritto, diretto e interpretato da Gabriele Pignotta. Supervisione artistica, Cristina Vaccaro. Musiche originali, Stefano Switala. Scene, Tiziana Liberotti. Luci, Maximiliano Lumachi. Produzione: Artisti Associati - Centro di Produzione Teatrale. Al Piccolo Eliseo, fino all’8 novembre

Durata: 90’
Senza microfoni

Foto: Gabriele Pignotta (© ???)

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