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| Fausto Nicolini (1903) |
Mi è stato chiesto, inaspettatamente, di approfondire le notizie sulla vita di Fausto Nicolini Sr. già da me sintetizzate nella pagina madre a lui dedicata. Tuttavia, mi pare opportuno lasciar direttamente a lui la parola, visto che nel 1956, in una lunga Comunicazione presentata all’Accademia pontaniana [1], di cui fu socio ordinario sin dal 1908 e, in seguito, più volte eletto presidente, egli stesso scrive di suo pugno i Ricordi autobiografici, pubblicati sia autonomamente, negli Atti dell’Accademia, sia poi riproposti da Riccardo Ricciardi in testa a «Il Croce minore», volume da cui sto estrapolando questi suoi scritti. A causa della prolissità del testo mi sono attenuto a rispolverare i brani più significativi per lui e per l’epoca, dividendo la pubblicazione in più parti. (fn)
UNA VITA CONSACRATA AGLI STUDI
Illustri colleghi e cari amici,
una disposizione statuaria non più osservata non solo in questa nostra Accademia, ma anche in parecchie altre nostre consorelle italiche è quella che impone ai soci novellini di non prender possesso del seggio accademico se non dopo d’aver commemorato il socio defunto, a cui ciascuno è succeduto. Nel 1908, quando nella nostra antica sede di Tarsia ebbi l’onore di commemorare il mio predecessore Amerigo de Gennaro-Ferrigni [2], […] le commemorazioni assumevano un tal quale carattere di solennità, tanto che quasi sempre i commemoratori si credevan tenuti a indossare, per l’occasione, un abito di cerimonia o […] quanto meno una giacca nera. Purtroppo, già con lo scoppio della prima guerra mondiale, vennero cadendo in desuetudine non poche belle usanze […] di quel buon tempo antico […] in cui non solamente si sapeva vivere, ma […] si trovava che la vita, travagliosa, affannosa, o dolorosa che a volte possa essere, è sempre cosa assai bella e che, perciò, metta gran conto viverla, e viverla con la maggiore intensità. E tra le cose travolte da quel primo vortice bellico furono appunto le nostre commemorazioni accademiche. Basti dire che già intorno al 1920 non era raro il caso che il commemorando fosse stato raggiunto negli Elisi da colui che avrebbe dovuto commemorarlo: con che sulle spalle del successore di quest’ultimo venivano a gravare […] non una ma due commemorazioni. E ci si fosse fermati a questo numero! […] Lungo gli anni corsi dal 1920 a oggi, esso molte volte è stato elevato alla seconda e, in qualche caso, persino alla terza potenza. [3] […]
Non richiamerò alla vostra memoria uno per uno i rimedi escogitati sin qui per porre termine a questa sistematica violazione d’una nostra fondamentale norma statuaria. Farò, per contrario, la malinconica constatazione che di codesti rimedi non c’è stato un solo che si sia mostrato efficace. […] In nessun altro campo dell’attività umana quanto in quello degli studi, qualunque lavoro si compia non può riuscire veramente proficuo e rappresentare effettivamente un progresso se non lo si cominci con un riattacco alla tradizione, ossia al lavoro di coloro che ci hanno preceduti. Indispensabile, dunque, per ciascuno di noi, essere informati, attraverso diligenti commemorazioni dei soci defunti, dei risultati a cui costoro son pervenuti. E, appunto perché codesto scopo fosse raggiunto con la minor fatica possibile, più volte è stata rivolta ai nuovi soci viva preghiera di far pervenire alla Segreteria generale … cenni biobibliografici dei loro predecessori. Senonché neppure questa assai discreta preghiera ha trovato benevolo ascolto. […]
Ciò significa che m’è sembrato doveroso presentarvi, senz’alcuna pretesa letteraria, una serie di ragguagli biobibliografici relativi alla mia modesta persona. […] Essendo ormai più vicino agli ottanta che non ai settanta, non può essere lontano il giorno in cui incomberebbe a chi mi succederà in questo seggio accademico il noioso onere, di cui vengo ora a liberarlo, di consacrare alcune pagine ai Memorabilia (per modo di dire) Fausti Nicolinii.
Sono nato, dunque, a Napoli il 20 gennaio 1879 da Nicola e Rachele Nicolini. I miei genitori erano cugini in primo grado, e loro comune avo paterno era stato il giureconsulto abruzzese Niccola Nicolini (1772-1857), avvocato generale, poi primo presidente, in questa già Corte di Cassazione, poi Corte suprema di giustizia [4], poi nuovamente (finché venne soppressa dal fascismo) Corte di Cassazione, più ancora ordinario di diritto e procedura penale presso questa Università e dal 1841 al 1848 anche ministro senza portafogli del re Ferdinando II. Inoltre – particolare che in questa sede non può esser passato sotto silenzio – proprio lui nel 1808, insieme con Vincenzo Cuoco [5] e altri valentuomini, ridette vita a questo nostro sodalizio, soppresso una prima volta ai tempi del viceregno di don Pietro di Toledo (e una seconda a quelli del fascismo).
Compiuti gli studi ginnasiali e liceali, quale interno in questo convitto Pontano, non potei far di meno, per accontentare il mio povero papà, che mi voleva magistrato, di seguire, ma molto straccamente, i corsi di giurisprudenza in questa nostra Università, e nel 1900 strappai anche una laurea in utroque. [6] Ma, a dir vero, in quegli anni di studentato, la biblioteca in cui mi si vedeva più di frequente fu quella del Conservatorio musicale di San Pietro a Maiella, così come le discipline che studiai con maggior passione furono l’armonia, il contrappunto e la strumentazione, non senza, in qualche momento, ammirarmi già, con l’immaginazione, alla testa d’una di quelle orchestre dalle centinaia di «professori» vagheggiate da Ettore Berlioz [7]. [...]
Senonché nemmeno quella del direttore d’orchestra era la mia vera vocazione. Prova ne sia la piccola rivoluzione avvenuta in me quando nel 1903 ebbi la gran ventura di conoscere Benedetto Croce. Altrove ho raccontato, in tutti i particolari, la cronaca di quel nostro primo incontro. Qui non mi resta ad aggiungere altro se non che, per consiglio di lui, mi consacrai […] agli studi di letteratura, storia e filosofia, che da allora a tutt’oggi ho coltivati, non oso dire con qualche profitto, ma certamente col maggiore entusiasmo.
In quello stesso anno 1903 entrai per concorso nell’amministrazione degli Archivi di Stato. Dal 1904 al 1914 fui successivamente alunno, sottoarchivista, archivista e primo archivista presso quest’Archivio di Stato; nel 1915 fui chiamato a dirigere quello di Siena, nel quale insegnai altresì paleografia e diplomatica; nel 1918 ascesi per concorso al grado di soprintendente degli Archivi veneti e fui comandato temporaneamente presso l’Archivio di Stato di Firenze, nel quale, a causa della guerra, quegli Archivi erano stati parzialmente trasferiti; nel 1919 raggiunsi la città della Laguna, ove restai sino al marzo 1922, allorché fui promosso ispettore generale degli Archivi del Regno: carica, che, pur con qualche infortunio di carriera, capitatomi tra capo e collo durante la parentesi fascistica, ho tenuta fin quando nel 1947 venni collocato a riposo per raggiunti, anzi superati limiti di età.
Sulla mia attività di archivista non è il caso, qui, di dilungarmi. Ricorderò soltanto di volo che nel 1924, sebbene gli Archivi dipendessero e dipendano dal Ministero dell’Interno, ebbi incarico da quello dell’Istruzione di compiere un’inchiesta intorno a un asserito ritrovamento di tutti i 142 libri di Tito Livio: inchiesta che porse alimento, per una quindicina di giorni, ad accesissime polemiche giornalistiche, dilagate anche oltralpe e oltreoceano. Ma che io avessi in tutto e per tutto ragione, e il torto fosse interamente dal lato di coloro che, soltanto perché raggiunte dopo sole quarantott’ore, perfidiarono ad asserir false, superficiali e peggio le mie conclusioni categoricamente negative: tutto ciò non sarebbe potuto esser mostrato in guisa più evidente da quel grandissimo galantuomo ch’è sempre il Tempo [8].
Comunque, archivista, in un certo senso, sono anche oggi, giacché dal 1949 la Direzione generale del Banco di Napoli ha voluto farmi l’onore di chiamarmi alla presidenza della Commissione addetta all’Archivio storico del Banco medesimo. Archivio, sia detto tra parentesi, tanto ricco quanto importante. Si pensi che vi si serbano le carte degli antichi banchi napoletani e, in modo particolare, oltre trentamila sesquipedali giornali copiapolizze, attraverso i quali è dato ricostruire giorno per giorno la vita pubblica e soprattutto privata napoletana per oltre due secoli.
Per passare a quella ch’è stata la mia vita accademica, nel 1908, su proposta del Croce, fui nominato vostro socio ordinario residente. Nel 1946, ricostituitasi quest’Accademia, risoppressa, come ho detto, durante la parentesi fascistica, mi faceste l’onore di chiamarmi alla vicepresidenza, donde due volte, nel 1949 e nel 1952, mi voleste vostro presidente; e nello scorso marzo, non essendo altra mia rielezione consentita dallo Statuto, mi concedeste l’onore ancora più alto di succedere al Croce nella presidenza onoraria, riconfermandomi, una volta ancora, l’incarico di attendere alla pubblicazione degli «Atti». […]
Nel 1925 il ministro della Pubblica Istruzione, su relazione di Vittorio Rossi [9] e parere unanime del Consiglio superiore, mi conferì, honoris causa, la libera docenza nella Storia della letteratura italiana. E negli anni immediatamente successivi tenni pure qualche corso libero nel nostro Ateneo. Poi tralasciai l’insegnamento. […] Nel 1927, sempre su proposta del Croce, fui nominato socio ordinario residente dell’allora Società Reale, ora Nazionale, di Napoli, delle cui allora tre, ora quattro Accademie, feci e faccio parte di quella di Scienze morali e politiche, della quale sono stato due volte presidente, non senza essere costretto, contro ogni mia voglia e con molta mia noia, nel 1944 ad esser membro d’un comitato epuratore (che a dire il vero si comportò con la maggiore, nonché moderazione, indulgenza) e non senza venir chiamato nel 1951 alla presidenza generale dell’intera Società.
Ricostituitasi poi nel 1946 a Roma l’Accademia Nazionale dei Lincei, fui nominato socio nazionale, con assegnazione prima alla categoria di Storia e geografia storica e antropica, poi, per iterate premure del Croce, a quella di Scienze filosofiche. E due volte, infine, ho fatto parte, presso il Ministero della Pubblica istruzione, del Consiglio superiore delle Accademie e Biblioteche.
Sarebbe abusare della vostra pazienza ricordare altresì le altre accademie, nonché i «centri» e le deputazioni di storia patria di cui sono socio ordinario o corrispondente. Ma non posso passare sotto silenzio la Società napoletana di storia patria, che, insieme con questo nostro sodalizio, è uno dei due istituti di cultura ai quali, come già il mio grande Maestro scomparso [10], io mi senta legato da più tenaci vincoli di affetto. […]
Circa poi questo nostro sodalizio, quanti ricordi egualmente cari non mi affiorano ora alla mente! Sin dal 1904, quattro anni prima di divenire socio, contrassi la dolce abitudine di accompagnarvi il Croce, immancabile a tutte le sedute, che allora, nonché essere soltanto otto annue, ascendevano a ben venti e, di solito affollate, avevan luogo di domenica nelle ore antimeridiane. – Voi qui? – esclamò, la prima volta che mi incontrai colà con lui, il vecchio Ferdinando Flores [11], stato già mio insegnante di greco in seconda e terza liceale e che usava reprimere le mie perenni birichinate con quei motti pungenti che, emessi dalla sua vocetta sottile, eran più efficaci delle nerbate usate nelle scuole ai tempi dei nostri bisavoli. – Bisogna assolutamente che vi facciamo nostro socio – usava poi dirmi, sempre che mi vedesse, il povero De Gennaro-Ferrigni, soggiungendo di voler esser lui il mio presentatore: lui, di cui tutto potevo immaginare fuori che gli sarei divenuto, invece, successore. […] Infine quale emozione quando, nel 1906, dal presidente del tempo, che, se non ricordo male, era Emanuele Fergola [12], fui chiamato al banco presidenziale per leggere una mia memoria fortemente polemica su Pietro Giannone [13] e i suoi critici recenti: memoria seguita dalle altre non poche che ho via via inserito nei nostri «Atti»!
Senonché non soltanto di questi e dell’«Archivio storico per le provincie napoletane» cominciai ben presto a essere assiduo collaboratore. Sin dal 1903 il Croce, oltre che ospitare miei scritti nella sua «Critica», volle affidarmi la direzione, tenuta sino allora da lui e dal Ceci, di «Napoli nobilissima», rivista di arte e topografia napoletane, nelle cui due serie – la prima chiusa nel 1906, la seconda durata dal 1920 al 1922 – inserii due mie monografie e una non breve serie di articoli. E la «Napoli nobilissima» appunto rese più stretta la mia amicizia con Salvatore di Giacomo, che, d’altronde, vedevo sovente o alla Biblioteca Nazionale, presso cui egli dirigeva la Lucchesi-Palli, o nei pomeriggi domenicali in casa Croce o qualche sera a pranzo presso il medesimo Croce. Senonché dei miei rapporti con l’autore di Assunta Spina ho discorso in altra sede. Non è quindi il caso di aggiungere altro.
Collaboratore attivissimo divenni altresì della collezione degli «Scrittori d’Italia», edita dalla casa Laterza di Bari (col cui più intelligente e coraggioso rappresentante, Giovanni, l’editore di Benedetto Croce, ebbi altresì rapporti di cordiale amicizia). Nella mia lunga vita – mio solo merito – ho sempre lavorato molto; ma non mai tanto quanto per l’anzidetta collezione. A una trentina ascendono i volumi che ho curati personalmente per essa: senonché la non lieve fatica, che mi sono pur costati, è un nulla appetto [14] al labor ben altrimenti improbus che durai nei primi quattro dei circa quindici anni (1910-1924) durante i quali, affidatami parimenti dal Croce, ne tenni la direzione. Carteggiare simultaneamente, e senza aiuto di segretari o segretarie, che allora non usavano, con una ventina di collaboratori sparsi in tutt’Italia; rivedere parola per parola, preparare per la stampa e non di rado rabberciare manoscritti; spesso e volentieri riscrivere di sana pianta le «note bibliografiche»; rivedere (fatica asfissiante) non meno di due volte, e qualche volta tre, le bozze di stampa; e, ch’è peggio, far tutto ciò a tambur battente, giacché l’amico Giovanni Laterza teneva a giunger presto al cinquantesimo volume, da offrire al re Vittorio Emanuele III, a cui la collezione era dedicata: questa, la vita da negro che condussi dagli ultimi mesi del 1910 ai primi del 1914. Mi levavo il mattino alle quattro e lavoravo sino alle nove, ora in cui scappavo in ufficio; approfittavo della cosiddetta «ora di colazione» per correre alla Biblioteca Nazionale e prendere appunti relativi al mio primo commento alla Scienza nuova, che andavo apprestando simultaneamente; alle quattro pomeridiane tornavo a casa e mi rimettevo a tavolino sino alle otto: naturale che finissi col buscarmi un fiero esaurimento nervoso. Comunque, nel giugno del 1914, potei, con il Laterza, recarmi a villa Savoia [15] e presentare a re Vittorio il Sommario della storia d’Italia di Cesare Balbo, al quale precedeva questa dedica scritta dal Croce: «A Sua Maestà — Vittorio Emanuele III gli “Scrittori d’Italia” — editi col consiglio di B. Croce — e con la cura di F. Nicolini — pervenuti al L volume — la casa G. Laterza & figli — dedica — come sua opera più fervida — in servizio della patria».
Dal 1925 Giovanni Gentile, del quale, pur dopo la sua dolorosa rottura col Croce, restai sempre fraterno amico, mi volle non solo collaboratore dell’Enciclopedia italiana, a cui, tra lunghe e brevi, ho fornito un centinaio di voci, ma altresì presidente della Commissione incaricata d’apprestare, relativamente all’antico Regno di Napoli, un onomastico, destinato a esser poi colorito in un futuro Dizionario biografico degl’italiani. Delle oltre venticinquemila schede che mandammo da Napoli una buona metà è dovuta all’opera mia personale. Purtroppo vicende prebelliche, belliche e postbelliche han fatto rimandare d’anno in anno la pubblicazione d’un così utile repertorio, del quale, a differenza di altre nazioni europee (…), l’Italia è ancor priva. […]
- Qui notizie sull’Accademia Pontaniana. ↩ Torna al testo
- Fu deputato alla XXII Legislatura del Regno d’Italia, dal 30 novembre 1904 all’8 febbraio 1909. Era il figlio di Argia Ferrigni da cui ereditò la famosa Villa Ferrigni (meglio conosciuta con il nome di Villa delle Ginestre, dove Antonio Ranieri ospitò Leopardi), e il caso volle che Amerigo nel 1897 sposasse, a Recanati, Adelaide Leopardi, figlia del Conte Giacomo, nipote del poeta, cioè figlio del fratello del poeta. ↩ Torna al testo
- Fausto Sr. che ereditò il seggio nel 1908, celebrando la scomparsa di Americo De Gennaro Ferrigni, fu in seguito commemoratore di Giuseppe Ceci (1949), di Benedetto Croce (1954), di Ramón Menéndez Pidal (1954). Nicolini fu onorato nel 1966 dalle parole di Antonio Saladino. ↩ Torna al testo
- Cariche che gli vennero conferite dal reggente del Regno, Gioacchino Napoleone (Murat). ↩ Torna al testo
- Qui notizie su Vincenzo Cuoco. ↩ Torna al testo
- In utroque iure: antica formula usata nelle università medievali, che indica lo studio «nell’uno e nell’altro diritto»; ossia, il dottorato in diritto civile e diritto canonico. ↩ Torna al testo
- Nel 1844 Hector Berlioz, in un saggio dal titolo «Grand traité d’instrumentation et d’orchestration modernes», descrisse la nuova impostazione orchestrale, ampliando l’organico anche fino a cento musicisti. ↩ Torna al testo
- Nel 1924 Fausto Nicolini, al termine dell’inchiesta, compose un gustosissimo pamphlet («La farsa liviana», di prossima pubblicazione su questo sito) in cui racconta lo spudorato tentativo da parte di un «giovane molto ricco di vesuviana immaginativa» di voler passare alla storia come colui che «aveva trovato le deche disperse e le andava traducendo in italiano». ↩ Torna al testo
- Qui notizie su Vittorio Rossi. ↩ Torna al testo
- Ovviamente, Benedetto Croce (morto nel 1952). ↩ Torna al testo
- Qui notizie su Ferdinando Flores. ↩ Torna al testo
- Qui notizie su Emanuele Fergola. ↩ Torna al testo
- Molti sono gli studi di Fausto Nicoini sugli scritti di Pietro Giannone. ↩ Torna al testo
- In confronto. ↩ Torna al testo
- A Roma, all’interno dell’odierna Villa Ada. ↩ Torna al testo
- Nicola Nicolini (1847-1901), mio bisnonno, era figlio di Luigi, nato nel primo decennio del secolo XIX. Mi sembra, a questo punto, doveroso spiegare perché suo figlio Fausto usa, per la seconda volta, l’aggettivo «povero» a proposito del padre. In famiglia s’è sempre detto che «nonno Nicola» fosse uomo, marito e padre di una infinita bontà, e che nel 1866 fu sollecitato dai genitori (e non solo) a sposare una sua cugina di primo grado, Rachele (1850-1945), figlia di Giovanbattista, fratello del Luigi summenzionato, per recuperare parte del patrimonio familiare che andava già disgregandosi tra gli eredi del Niccola giureconsulto. Dal matrimonio nacquero sedici figli, di cui uno non vide mai la luce, altri tre non riuscirono a superare l’età neonatale, e alcuni sopravvissero con gravi menomazioni legate alla sordità. A parte questi innegabili dolori intimi, Nicola si dovette occupare, suo malgrado, di riassettare le finanze: ebbe da un impostore l’imbeccata di aprire una banca per capitalizzare il denaro che, in breve, sparì insieme al consigliere fraudolento. Per questo, si dice, morì di crepacuore all’età di 54 anni. ↩ Torna al testo
Foto: Fausto Nicolini nel 1903 (Giovanni Bonaiuto)
Altri articoli di Fausto Nicolini Sr. sono disponibili su questo blog alla pagina a lui dedicata
