L’ELEGANZA DI ADRIAN NELLA FORESTA TROPICALE ESALTA LA MAGIA DEL CINEMA
Un signore amico, scomparso ormai da tempo, tra i suoi ricordi più assidui, amava associare i momenti di maggior spensieratezza adolescenziale, a quando sua madre, poco prima della mezzanotte, lo sollecitava ad uscire per andare a vedere l’ultimo spettacolo alla Sala Aurora, un cinema di Napoli, a Chiaia. Era il periodo immediatamente precedente alle tensioni politiche che poco dopo avrebbero portato l’Italia alla Seconda guerra mondiale. Andare a cinema – diceva – significava sognare, significava scoprire quel mondo di cui tanto si parlava ma che soltanto pochissimi avevano visto realmente. E ad ogni proiezione, quel brillante cosmo in bianco e nero si apriva su uno scenario diverso, ma i sogni si ripetevano pressoché identici. Attraverso quei film, uomini e donne conoscevano la nuova eleganza del saper vestire: gli uni anche come tagliarsi i capelli; le altre, le acconciature stravaganti, i cappellini frivoli. I ragazzi più grandi rubavano agli attori di Hollywood degli anni Trenta le movenze e gli atteggiamenti che avrebbero arricchito il loro bagaglio da dongiovanni. Dallo schermo qualcuno più sfacciato apprendeva la posizione più «appassionata» per abbracciare e baciare una ragazza. E le giovani fanciulle sostituivano le smorfie nostrane con quelle delle dive. Insomma, a quell’epoca, un film rappresentava molto di più del semplice svago proposto con la domanda: «Andiamo al cinema?».









