30 marzo 2025

«Bianco», di Giuseppe Tantillo

Roma, Teatro Belli
29 marzo 2025

UN INVITO A NON SEPPELLIRSI NEI GIORNI FELICI

Difficile riuscire a pensare che la più brutta malattia abbia un colore, difficilissimo poi poter immaginare che sia vestita di bianco, «come una sposa il giorno del matrimonio». Eppure, quando si osservano le cellule guaste, esse paiono tingersi proprio di bianco, e, come una sposa davanti all’altare, resta lì, attaccata al suo uomo, finché morte non li separi. Le infinite sfumature di Bianco contengono anche questa possibilità, che più che un colore è una macchia, alla quale non si pensa mai, ma che, quando arriva, non si cancella più, nemmeno se sparisce. Giuseppe Tantillo ci accompagna in un viaggio senza tempo: potrebbe essere consumato in un lampo, come in un anno o in dieci, o forse più. L’incontro che descrive tra Mia e Lucio potrebbe essere reale, ma anche soltanto il bagliore di una speranza di lei o di lui. O forse, come sembra dalle apparenze, di entrambi.

Hanno circa quarant’anni, non si conoscono e si ritrovano insieme nella sala d’attesa di un ospedale qualunque, reparto oncologico. Lei ha il seno sotto osservazione, lui un polmone; ma hanno anche i loro differenti caratteri che li portano a guardarsi negli occhi, che «sono i primi organi a deperire in caso di morte», e a scontrarsi. Una disputa che sembra voler attestare la loro forza vitale. Ciascuno mette alla prova l’altro: ne tasta la sensibilità, ne percepisce le paure, ma nessuno dei due vorrebbe esporsi. Motivo per cui il dialogo prende subito una piega surreale, che aiuta a far crollare il muro della riservatezza. Si ride sulla possibilità di rimanere in vita, si scherza sulla certezza di dover morire: addirittura si scommette se quel tizio col cappello sopravviverà, oppure… chissà! Lucio è infastidito dal fatto che ai cani oggi è riservato un trattamento diverso dagli uomini: «Per loro c’è soltanto il paradiso, niente più inferno né purgatorio. Possibile che non esistano più cani cattivi?». Mia, invece, vorrebbe viaggiare: secondo lei conoscere il mondo è una forma di cultura. Mentre l’unico viaggio che Lucio sogna in quel momento è una passeggiata in campagna con la bicicletta.

Le scene si susseguono molto simili, scandite dai disegni sul fondale: schizzi a matita che ritraggono la sala d’attesa da varie angolazioni, o il letto di una stanza per la chemio o per la degenza postoperatoria. Intanto gli scontri verbali tra i due diventano sempre più intimi, nel timore del presente e nei desideri del domani. E su questo tema avviene la svolta. Improvvisamente Lucio si volta indietro, vorrebbe rintanarsi nel passato, vorrebbe andare alla ricerca del tempo perduto. Proust viene citato, ma anche preso in giro da Mia che invece mantiene lo sguardo avanti: al futuro, ai viaggi da sognare, al mondo da scoprire, alle emozioni nuove da provare. La donna invita Lucio a non seppellirsi nei giorni felici del passato, come i personaggi di Beckett, ché quando si vive una crisi nessun ritorno indietro è possibile, ma bisogna inventare qualcosa di nuovo, avere il coraggio di voltare pagina e puntare dritti sui bei tempi che sono sempre davanti.

Così l’autore ribalta un flashback, puntando un riflettore sul futuro durante il quale vediamo Mia e Lucio in viaggio in Cambogia, poi a casa a parlare del figlio che sembra una possibilità remota, ma forse no. Eccoli coi capelli bianchi e ci sono le fotografie con i nipotini, la malattia è stata dimenticata. La vita è tutta un’altra: sparite le paure e gli scontri verbali, ci sono gli scherzi e una vecchiaia insieme. Sembra, però, sembra! Si torna al presente, accanto al letto d’ospedale a valutare le cellule malate, il colore bianco e la paura di non arrivare a domani.

Giuseppe Tantillo sceglie un’ambientazione affatto realistica, anzi punta dichiaratamente sulla semplicità della finzione teatrale che aiuta, e non poco, ad alleggerire una narrazione che è spiritosa soltanto per disperazione. Ottima l’interpretazione di Valentina Carli, istigatrice e premurosa, severa e accattivante, determinata e comprensiva. Tantillo risponde bene, le tiene testa, ma se all’inizio il suo personaggio lo obbliga a rimanere sulla difensiva, poi fatica ad essere lui il trascinatore della speranza. Comunque uno spettacolo che coinvolge e che dovrebbe avere più possibilità d’esser visto e anche rivisto.

POSTILLA necessaria, dopo che mi è stata inviata una fotografia che restituisce perfettamente il senso teatrale dell’operazione. E cioè, quel bianco che si annida nel male, per contrasto, illumina la scena e riveste i personaggi, regalando leggerezza a un argomento che altrimenti resterebbe soltanto un macigno sull’animo degli spettatori che invece vengono continuamente irradiati da una luce di speranza che giunge dal palcoscenico. Ora, però, mi chiedo il motivo per cui sempre più spesso fotografie di scena (quelle scattate in palcoscenico) non vengano divulgate sul web prima dello spettacolo, non vengano inviate prima a chi ne deve usufruire. Questa è una grave mancanza che oggi accade spessissimo in teatro: molti spettacoli a organizzazione «ridotta» (come quelli che circuitano nelle sale off) accusano ritardi controproducenti sulla diffusione delle immagini. E purtroppo – da addetto ai lavori – devo constatare che coloro che sono incaricati dei rapporti con la stampa, nella maggior parte dei casi, ricevono il materiale a tempo quasi scaduto. Quando una compagnia arriva su una piazza, le foto già dovrebbero essere visibili, e se non ce ne sono di fresche, è indispensabile affrettarsi a farne di nuove e a divulgarle affinché tutti ne possano giovare. Spettacolo in primis! E (diciamo la verità), oggi, fare una decina di scatti decenti non costa nulla. (fn)
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Bianco, scritto e diretto da Giuseppe Tantillo. Con Valentina Carli e Giuseppe Tantillo. Scenografia, Antonio Panzuto. Costumi, Alessandro Lai. Produzione: Binario Vivo Teatro Nuovo, Accademia Perduta Romagna Teatri, Teatri Molisani. Al teatro Belli, domenica 30 marzo (h. 17.00), ultima replica

Foto: Valentina Carli e Giuseppe Tantillo (© Manuela Giusto)

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