QUANDO L’ALZHEIMER DIVENTA FONTE DI VERITÀ INAUDITA
Non dirò un’assurdità, anche se tale potrebbe apparire, se confesso che dopo lo spettacolo ho sentito un forte desiderio di correre a casa per mangiare del formaggio. Non era fame, piuttosto il modo più istintivo e naturale di partecipare, ancora, al dramma (sotto forma di lettura) che avevo ascoltato all’Argentina. Sì, perché nel momento in cui Donald, il vecchio padre, a cui ha dato voce un dolcissimo e spiritoso Massimo De Francovich, racconta il momento più sconvolgente della sua esistenza, la tanto attesa verità, lo fa chiedendo con capricciosa insistenza un pezzo di formaggio che in quell’istante rappresenta l’unica ragion di vita, il sostentamento di ogni sua necessità. Così, l’ingombro pesantissimo che il vecchio sta finalmente rivelando, dopo sette anni di indagini del figlio, su un segreto che egli nasconde da circa quarant’anni, passa in secondo piano, come fosse la cronaca di una serena gita domenicale e non come una liberazione epocale. Ed ecco che, mentre gustavo il mio boccone di formaggio, ho avvertito il compiacimento di aver partecipato a quella confessione «spericolata» e inaudita, a cui volevo offrire solidarietà e comprensione, convivialità e fratellanza.
È il colpo di scena che non si può svelare, il guizzo genialoide che Norm Forster aggiunge all’avvincente, nonché divertente e drammatico, dialogo tra un padre e un figlio che cercano di ritrovarsi quando forse è troppo tardi e Donald, colpito dall’Alzheimer, inizia a dar segni di cedimento mentale. Il confronto si sviluppa in otto capitoli, e comincia in occasione di un incontro avvenuto sette anni prima. Il secondo capitolo pone di fronte padre e figlio sei anni prima, il terzo cinque, e via via fino al presente. Gli ultimi tre colloqui avvengono quando Blake (l’ottimo Maximilian Nisi), è costretto ad andar a far Visita al padre non più a casa ma in una residenza per anziani. E se prima i due riuscivano a stare insieme una sola volta all’anno, alla fine Blake corre tutti i giorni per cercare di tener in vita suo padre, magari ingannandolo con qualche pretesto, ma dimostrando tutto il suo sincero desiderio di stargli accanto.
Piero Maccarinelli, in una sobria ed elegante messa in scena (con due leggii e pochissimi essenziali movimenti), si affida a due attori giustissimi per i ruoli di padre ottantenne e di figlio ultraquarantenne, non solo per le voci, ma anche fisicamente molto credibili, e padroni delle battute, tanto che verrebbe la voglia di vedere la commedia realizzata al completo di ogni dettaglio e con i due protagonisti sciolti dall’impaccio del leggio. L’autore conduce il dialogo dandogli, con discrezione, le tonalità di un’indagine sul passato di Donald, ma contestualmente riesce a tessere bene i rapporti di una famiglia «disfunzionale», come dice Blake: la madre, convinta d’essere stata tradita per 33 anni, ha lasciato il padre, che ora vive da solo; la figlia, ascoltando la versione materna, s’è sentita pugnalata al punto da tagliare ogni contatto. Insomma, il vecchio pare averla fatta grossa se ha deluso le donne della sua vita; cosicché tocca al primogenito andare a scoprire cosa sia realmente accaduto. Vuole sentire le due campane: quindi, dopo le accuse della mamma, desidera che il padre confessi. E difatti egli confessa la sua innocenza. Nega e non si capacita, ma al finale il giallo avrà la sua svolta eclatante che si concentra attorno alla gravità del morbo: una maniera raffinata e leggera per affrontare un delicato discorso sulle conseguenze che l’Alzheimer infligge a molti anziani.
Foto: Massimo De Francovich, Piero Maccarinelli e Maximilian Nisi agli applausi (© Nicolini)