31 marzo 2025

«Una relazione per un’Accademia», da Franz Kafka

Roma, Teatro India
30 marzo 2025

IL PRIMATE DI MARINELLI BALLA SULLE NOTE DI CAROSONE

Se Gregor Samsa, trasformatosi all’improvviso in un gigantesco coleottero, è il prototipo del personaggio kafkiano, se Joseph K., inspiegabilmente arrestato per cui deve difendersi da un’accusa che non conosce, è colui che, meglio di altri, rappresenta il soggetto di una situazione kafkiana, una scimmia che subisce una metamorfi fisica opposta a quella di Gregor (da animale a uomo) e arriva ad essere invitata dai membri di un’Accademia a tenere una relazione sulla sua esperienza e sulla vita precedente, una scimmia così, dicevo, diventa la summa del ritratto del panorama letterario di Franz Kafka.

Una relazione per un’Accademia è un racconto dello scrittore boemo del 1917, in cui il protagonista si presenta davanti a un folto uditorio di accademici interessati a capire come sia avvenuto lo strano mutamento. La questione che Kafka solleva, senza darne soluzione, è palese: si tratta di un’evoluzione che segue in tutto e per tutto i principi di Darwin, o di una involuzione sociale? A sentir la scimmia, pardon, la ex scimmia, pare che nella giungla africana si goda di una maggiore indipendenza e che lì regni sovrana una incustodita libertà. Parola che tra gli esseri umani risulta essere molto ingannevole e soggetta a parecchi compromessi. L’intervento si conclude con elogi di compiacimento e di soddisfazione per il suo nuovo stato e per le prospettive future del relatore che però ormai ragiona da uomo civilizzato e non più da scimmia selvaggia. Altrimenti avrebbe facilmente tirato le somme sbandierando il motto: si stava meglio quando si stava peggio!

Luca Marinelli porta in scena il racconto con qualche ritocco al testo originale, senza tuttavia modificarne senso e struttura. Affida il monologo a Fabian Jung (assai convincente), attore di lingua tedesca, che con tipico accento germanico avvicina con naturalezza (che significa senza mai eccedere nel caricaturale), lo spirito della conferenza all’umorismo grottesco impresso dall’autore. La serietà del professore-scimmia, mentre enuncia con verbo forbito le teorie sull’adattamento alla civiltà umana e sulle capacità di emulazione, diventa la cifra stilistica di una performance basata sull’ironia: la più sottile, la più caparbia, quella che non arriva a provocare la risata sfacciata, ma mantiene gli spettatori costantemente in tensione tra il serio e il faceto. D’altronde la regia dichiara subito aperta l’ostilità alla serietà ampollosa, quella che solitamente esige una relazione accademica, con la vestizione dell’ex primate in scena sulle note di Tu vuo’ fa’ l’americano nella classicissima versione di Renato Carosone, offrendo al rigore teutonico una chance liberatoria che viene ovviamente rinnegata. Non c’è, però, alcun dubbio sulla chiave di lettura che si vuol offrire: l’assurdo kafkiano inizia ancor prima che il relatore cominci a parlare da un pulpito dove le luci di Fabiana Piccioli giocano a inseguire il soggetto, a svelarlo e a nasconderlo, e a modificare il campo d’azione: ampi e rilassati per quei momenti dedicati all’eloquio e più concentrati e claustrofobici per la rappresentazione dei disagi e degli imbarazzi umani.

Il discorso, assurdo sol perché proviene da una scimmia, è un attento sguardo di un animale selvaggio, nato assolutamente libero in mezzo alla foresta, che cerca di adattarsi alla nostra libertà civile. Che, dal suo punto di vista, assomiglia a qualcosa che si potrebbe identificare come una via d’uscita che lo traghetti verso l’imminente salvezza. Traguardo che si può agguantare soltanto attraverso la calma, l’osservazione e l’imitazione del mondo circostante. Il ragionamento della scimmia, rinchiusa ancora in gabbia sulla nave, durante il trasporto nel mondo civilizzato, le ha permesso con uno simile stratagemma di guadagnare la fiducia dell’uomo che pure, giunto a destinazione, l’avrebbe tradita segregandola nel recinto di uno zoo. Per fortuna, la bestiola ha intravisto una seconda via d’uscita e ha cominciato a studiare con solerti addestratori per darsi agli spettacoli di varietà, trampolino di lancio per raggiungere la perfetta imitazione e mutare le sue sembianze animali in umane. A proposito, pare che per qualche addestratore sia cominciato il percorso inverso!

E adesso che la scimmia-uomo (definizione contraria a quella che fu donata a Tarzan allevato nella giungla) ha finalmente eguagliato il grado culturale di un individuo civile medio, può finalmente entrare a far parte dell’Accademia, salire in cattedra e illustrare a noi le nostre assurdità. Il concetto di libertà, infatti, nel suo habitat primitivo, era paragonabile a tutto ciò che si vedeva, e corrispondeva al mondo reale; la teoria della libertà associata al nostro ambiente, codificato da diritti e doveri, ubriacato da moralismi e consuetudini, diventa una chimera, una speranza, un godimento da afferrare ad occhi chiusi. Nemmeno salendo in cima a una scala (che ricorda molto un film di Wenders in cui si parla dell’opera di Kafka) s’intravede quell’idea primordiale che deriva dal libero arbitrio e dalla totale indipendenza d’azione e di pensiero. (fn)
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Una relazione per un’Accademia, tratto dall’omonimo racconto di Franz Kafka. Regia di Luca Marinelli. Con Fabian Jung. Set designer, Sander Looner. Regista assistente, Danilo Capezzani. Light designer, Fabiana Piccioli. Produzione: Spoleto Festival dei Due Mondi, Teatro Stabile dell’Umbria, Società per Attori. Al teatro India, ultima replica domenica 30 marzo

Foto: Fabian Jung (© Anna Faragona)

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