19 marzo 2025

«La lettera», di e con Paolo Nani

Roma, teatro Vittoria
18 marzo 2025

TRA QUENEAU E CHAPLIN, LO STILE DI UN CLOWN SENZA TEMPO

Raymond Queneau nel 1947 scrisse «Esercizi di stile», un libro assai particolare, nel quale la storia narrata si riduce a un brevissimo sketch addirittura incompiuto: un uomo su un autobus si lamenta con chi lo spinge e, appena si libera un posto a sedere, si accomoda. Dopo qualche ora i due tornano a incrociarsi casualmente alla stazione. Finito. La particolarità a cui il volume deve la sua fama, è che il tema si ripete per 99 volte, sempre lo stesso, ma riproposto dall’autore ogni volta con uno stile differente: a seconda di come si usano le parole e talvolta le lettere di ogni singolo vocabolo, il lettore riceverà un’emozione diversa. Nel 1992 Nullo Facchini e Paolo Nani ipotizzano che uno spettacolo teatrale, basato sullo stesso principio, possa essere un’accattivante novità. Così nasce la storia di un uomo che si siede a un tavolo, versa del vino in un bicchiere, lo assaggia, ne resta disgustato e lo sputa; guarda un vecchio ritratto in bianco e nero della nonna, prende carta e penna, scrive la lettera, la piega, la imbusta e la affranca; ma quando sta per uscire gli viene il sospetto che la penna che ha usato possa essere priva di inchiostro; riapre la busta e, preso atto che il foglio è ancora candido esce deluso.

La scenetta ha una durata di un paio di minuti all’incirca, ed è ripetuta da Paolo Nani mimo, Paolo Nani clown, Paolo Nani poeta, che interpreta quindici caratteri differenti. Ciascuno entra mostrando un cartello dov’è scritto quel che nel linguaggio musicale è indicato come «movimento». E se in una sinfonia c’è l’Allegro, l’Andante e il Maestoso, qui si comincia dal normale per proseguire con ripetizioni, all’indietro, volgare, sorprese, pigro, etc. etc. I cartelli, oltre a introdurre lo stile con cui sarà eseguita la scena, rimandano immediatamente al tempo delle vecchie comiche con Charlie Chaplin, Larry Semon, William Hauber, quando i capitoli erano introdotti da una didascalia che donava la parola essenziale alle pellicole che ancora non godevano del sonoro. Non a caso lo stile più intonato all’intera operazione, e che meglio la sintetizza e la valorizza è quello dedicato al cinema muto. È lì, in quell’istante, quando Nani indossa un paio di baffoni alla Hauber e aumenta la velocità dei gesti e amplifica l’espressività del viso, che il palcoscenico si illumina di storia cinematografica. Un riflesso che si ripete anche nel carattere western, con la spalla sbilenca e la camminata strascinata di John Wayne che entra nel saloon per bere un sorso di vino e scrivere una lettera alla nonna raffigurata nella foto!

Naturalmente non c’è solo cinema, ma soprattutto teatro, proprio lo stesso che ha donato le basi per la nascita della settima arte. E se il numero delle repliche de La lettera di Nani - per la prima volta a Roma - ha quasi raggiunto quota duemila (l’opera è rappresentata in tutto il mondo dal 1992, segno che il teatro senza parola è universale) il motivo lo si deve alla grande lezione di palcoscenico che lo spettacolo contiene. L’attore, infatti, interpreta una piccola scena, che potrebbe essere stata estrapolata da un dramma ben più corposo, e ci offre l’occasione di rivedere quel pezzetto rielaborato secondo le indicazioni di quindici registi differenti. C’è chi la vede realizzata da un ubriaco, chi da un tipaccio assai volgare, chi da un sognatore, chi da uno sventurato senza mani, chi dall’orribile Mr. Hyde. Paolo Nani e Nullo Facchini si immedesimano in una serie di registi per sviluppare le loro tendenze, affinché il personaggio protagonista non sia più uno solo ma si moltiplichi dimostrando di poter assumere infinite sfaccettature. Cosicché se qualcuno continua ad asserire che i registi in teatro non sono determinanti e che la lettura di un testo è data principalmente dall’autore, vedendo La lettera possa ricredersi, e cercar di capire quante possibilità di esposizione contiene un testo.

L’arte del mimo e il guizzo del clown aiutano certamente a superare la barriera della parola, ma diventa fondamentale lo studio dei personaggi e l’abilità di «affrancare», non più la busta da spedire, ma la scena al carattere che la interpreta per restituire il senso della parola che non viene pronunciata. Ecco la sfaccettatura poetica che solleva lo spettacolo in un limbo artistico senza tempo. A tal proposito occorre sottolineare che all’osservatore più attento non sfuggirà il particolare secondo cui ognuno dei tipi che si siede al tavolo mantiene comunque integro un proprio sentimento d’eternità, tipico dei personaggi, che ovviamente riverserà nelle parole (mai) scritte alla nonna. Voglio dire: se a fine serata avessimo l’opportunità di leggere tutte le lettere avremmo quindici missive molto diverse l’una dall’altra, «secondo tutte le possibilità d’essere». Sempre Pirandello, sì!

Qualcuno, spero mi abbia compreso a fondo, qualche altro forse meno: non fa niente! Le diversità, malgrado i recenti tentativi di volerle annullare, resistono indefesse. Accanto a me, infatti, una signora piuttosto rustica e chiacchierona, che molto commentava con l’amica, dopo l’esecuzione dei primi tre stili, ha minacciato di voler lasciare la sala: «Un’ora e mezzo così, e chi li regge?»; dopo poco, ha rincarato: «Questo, a me, nun me ce vede più. Che famo, annamo?»; ancora: «Quann’è tutto simbolico, me ce vo’ er caffè!»; ma poi, una timida luce s’è alzata: «Però, ‘sto scemo è proprio bravo!»; ormai lanciata verso l’applauso: «Certo che senza mani, è un capolavoro!»; e al finale: «Troppo bravo, me ce vo’ na sigaretta. Me devo riprénne!». La signora che mi sedeva accanto fa parte di coloro che difficilmente riescono a scorgere tutto quel che si nasconde dietro una simile performance (le idee, il lavoro, lo studio, i tentativi, l’improvvisazione, qualche inevitabile fallimento), ma anche lei, come tanti altri, quando vengono acciuffati dall’arte teatrale – ben fatta – ne restano all’improvviso affascinati, imbrigliati, teneramente sedotti. (fn)
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La lettera, di Nullo Facchini e Paolo Nani. Con Paolo Nani. Regia di Nullo Facchini. Al teatro Vittoria, fino al 23 marzo

Foto: Paolo Nani (© Gabriele Zucca)

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