HÔTEL FEYDEAU, DOVE LA FOLLIA DIVENTA L’ARTE PER SOPRAVVIVERE
Finalmente una regia che con franchezza dichiara di non volersi prendere sul serio e che affronta il gioco del teatro con la sapienza dei fanciulli e con l’entusiasmo del divertimento e della leggerezza. In scena, una compagnia di dodici attori affiatatissimi che sanno dosare l’arte del jouer le role con il giusto spirito giocoso che è alla base del «facciamo finta che tu sei la moglie, lui è il marito e l’altro è l’amante». Il merito va a Carmelo Rifici che fa apparire il divertissement come fosse un’improvvisata, dall’aria talvolta ostentatamente maldestra o azzardata, mentre invece è un perfetto meccanismo di tempi, movimenti, battute e gag con ingressi e sostituzioni che si avvicendano di continuo. L’idea della regia si appoggia su un gran classico del vaudeville francese: La pulce nell’orecchio che Georges Feydeau scrisse nel 1907 per svelare quei desideri di trasgressione che fanno parte della nostra vita quotidiana: tutti vorremmo evadere, ma tutti vorremmo rimanere fedeli. È il «sentimento del contrario» che, come sostiene Pirandello, diventa il distintivo umoristico che Feydeau traduce, attraverso i suoi personaggi, con «l’avvertimento del contrario» suscitando esilarante comicità.
Il testo, che vede i tre atti originali ridotti a una sola lunga sequenza ininterrotta e travolgente, è stato tradotto e adattato dallo stesso Rifici, insieme con Tindaro Granata. Si avverte palesemente che la nuova drammaturgia è stata pensata per lo spazio scenico realizzato da Guido Buganza, un’arguta novità di una semplicità sconcertante: non si può dichiarare una vera scenografia, ché al di là di un ampio girevole ci sono soltanto ingombri di gommapiuma a forma di parallelepipedi (cubi e cuboidi di varie grandezze) colorati di rosa, d’azzurro e di giallo. Tinte tenui, come si usa per vestire i neonati. Si direbbe, infatti, il paradiso dei bambini per salti, capriole e finti svenimenti. Molto infantile, sì, ma essenziale per restituire una dinamicità comica e svelta a una vicenda che altrimenti andrebbe sviluppata con meccanismi molto più complicati e lenti (oltre che costosi). Invece, con l’idea di giocare a fare il teatro, e la possibilità di sfruttare la morbidezza dei cuscini per affondarci dentro, la soluzione diventa clownesca e in balia dell’immaginario: non c’è più né il soggiorno della casa degli Chandebise e nemmeno il primo piano dell’Hôtel du Minet Galant (ribattezzato Hôtel Feydeau). È sufficiente un armadio che diventa anche porta. Una sola: per ingressi, uscite (quelli essenziali) e nascondigli. E pensare che gli intrecci delle commedie di Feydeau sono ideati perlopiù sulla sincronizzazione dei movimenti degli usci delle camere.
Per il resto sono gli attori quasi sempre tutti in scena che costruiscono all’occorrenza i vari ambienti spostando i leggeri ingombri per creare letti, mobili, armadi e anche una comoda seduta nella toilette. Tutto è affidato all’immaginazione e quando un attore ha terminato la sua parte (se è nelle sue possibilità) va a occupare un posto sulla destra dov’è assemblata la zona per gli orchestrali: una tastiera, una chitarra e qualche percussione. Alfonso De Vreese, per esempio, comincia da chitarrista, poi si cala nella parte di Rugby (che non è più un turista inglese, ma americano) e poi torna alla tastiera; Marta Malvestiti (Raimonda Chandebise, la moglie a cui è saltata la pulce nell’orecchio e sospetta il tradimento del marito) si alterna alle percussioni con Alberto Pirazzini che senz’altro predilige la tromba al ruolo del domestico cornuto e bagnato; mentre Francesca Osso partecipa al doppio ruolo di attrice e di pianista con grande scioltezza. È la nuova compagnia tuttofare, dove ognuno interviene per impedire alla macchina artistica un arresto improvviso, per sostenere l’idea e spalleggiare il compagno. È una vecchia abitudine che in teatro s’è sempre coltivata, ma in questo caso diventa spettacolo, diventa regia, diventa addirittura sottotesto. Diventa ritmo: uno swing visivo che conquista lo spettatore dandogli l’illusione di assistere alla recita dalla platea, ma anche da dietro le quinte.
Ho scritto all’inizio che alcune soluzioni sono state «ostentatamente maldestre». Mi riferivo soprattutto a certe trovate che, pur sposandosi perfettamente con l’idea fanciullesca del teatro, sono risultate troppo semplicistiche e improvvisate: come il nascondiglio delle bretelle che diventano la prova del supposto tradimento. Un accessorio tanto determinante per lo sviluppo dell’intera vicenda dovrebbe essere più evidenziato (dovrebbe rimanere più impresso all’occhio dello spettatore), invece, viene preso in maniera sbrigativa e innaturale da dietro un cubo, dove solo l’attrice (non il personaggio) poteva trovarle, e subito dopo riposto e dimenticato dietro un mobile che non è nemmeno definito. Insomma, gli si dà poca importanza. Eppure, anche qualche piccola caduta rientra nell’andamento registico. Non stona, ma in un congegno tanto minuzioso, anche una pulce salta all’occhio!
Il gioco teatrale viene ben presto dichiarato al pubblico che è invitato a partecipare con le dovute reazioni alle provocazioni degli attori. Si dovrebbero nominar tutti, perché ognuno aggiunge un pezzo di bravura alla caratterizzazione del suo personaggio. Carlotta Viscovo è la tenutaria dell’albergo, col vizietto di fabbricar sapone in casa, e ricorda la saponificatrice di Correggio, donne ribelle e determinata. Emilia Tiburzi, la cameriera dell’hotel che, prima di essere promossa a regina, si dà arie da Anna Magnani, indossando un abitino attillato e decorato di pendagli. Ancora il De Vreese mostra una particolare attitudine mimica nel condensare la storia d’America utilizzando una gestualità tanto esplicativa quanto sbrigativa; Giusto Cucchiarini è un marito spagnolo assai geloso e di gran temperamento, ma diventa un viscido dottore dalle false premure e col vizietto del travestimento. È lui che mostrandosi al «pubblico che mi adora» riesce a vederlo, sognante, dalla parte opposta: una sfumatura della regia che rimarrà una cifra folle ed elegante. Bravi anche Giulia Heathfield Di Renzi, Ugo Fiore, e Marco Mavaracchio.
Foto: «La pulce nell’orecchio», regia di Carmelo Rifici (© Lac/Luca Del Pia)