FRANCESCA BENEDETTI,
E LA PAROLA SI FECE SANGUE
Al teatro Vascello, due serate dedicate a Francesca Benedetti, novant’anni a novembre prossimo. Al termine della performance la platea gremita è esultante, tutta in piedi, e le tributa un’ovazione: «Sento davanti a me un tale muro d’amore che non riesco a trattenere la commozione», dice l’attrice ringraziando. Si è appena alzata dal trono che l’ha tenuta prigioniera di un demonio per oltre un’ora. Erodiade, monologo di Giovanni Testori che la Benedetti porta in scena ormai da tempo. È Marco Carniti che, con un’attenta regia fatta di immagini, la sostiene; anzi, verrebbe da dire, che la trattiene, tanto è potente l’ardore dell’interprete che rispecchia fedelmente le intenzioni della scrittura. Il personaggio ideato da Testori è una furia e incarna l’odio più violento, è un vulcano che erutta livore e l’attrice non si risparmia nel mostrare l’intimità dei sentimenti più reconditi: l’odio per la figlia, la rabbia per aver fallito l’incontro della vita, il veleno nei confronti di Erode. L’invidia, tanta invidia, per la bellezza di Salomé, perché la sua, ormai, è sepolta.
All’inizio una voce registrata rivela che Testori ha scritto e disegnato il volto visibile della poesia. Durante il monologo, infatti, su uno schermo sono proiettate le immagini delle teste mozzate di Iokanaan, tracciate dall’autore a margine del manoscritto originale. La visione è di grande effetto e spiega la violenza della recitazione. Sono ritratti che traboccano del sangue del capo di Giovanni Battista appena tagliato e riprodotto in varie prospettive. In effetti, ogni dettaglio, in scena, si fa sangue: sangue che schizza, che sgorga, che si coagula e che imputridisce. Se fossero sequenze in movimento potrebbero far parte di un film horror. Invece non è così: tutto è fermo, anche l’attrice sul trono, vestita di rosso, mantiene la stessa posizione. Le immagini cambiano, ma restano sempre fisse. È la parola che muove il contorno. È la veemenza della poesia, l’irruenza di una recitazione biblica che fa girare il mondo intorno al sangue, che è conseguenza dell’odio degli uomini.
È curioso come certi personaggi minori del mito (se consideriamo la Bibbia come mito della nostra cultura religiosa) suscitino la curiosità di molti autori. Da Pellico a Flaubert fino a Mallarmé, gli scrittori, oltre ad alcuni musicisti, si sono ispirati alla figura di Erodiade e ne hanno fatto la loro eroina, ciascuno donandole un carattere diverso che ovviamente le sacre scritture ignorano. Testori s’è rivelato il più sanguigno, e della parola ne ha fatto prima carne di passione e poi carne da maledire. Ai piedi di Erodiade, Carniti pone una bacinella che contiene la testa del Battista, e a quella pozza sanguinolenta è indirizzato l’intero monologo, rimorsi, sventure, vendette, bestemmie comprese, anche in dialetto milanese: la lingua che giunge dalle viscere e più crudelmente grida la disperazione di una donna che ha fallito come moglie, come madre e come amante.
Foto: Francesca Benedetti è Erodiade (© Tommaso Le Pera)