21 marzo 2025

«Sior Todero Brontolon» di Carlo Goldoni

Roma, Teatro Quirino
20 marzo 2025

IL VECCHIO FASTIDIOSO TRA LE MARIONETTE DEI PODRECCA

Ci sarà anche un lavoro commissionato sul testo – lo si evince dalla locandina di questa messinscena che attribuisce a Piermario Vescovo la drammaturgia – per una «rinfrescata», ma in generale nelle commedie di Carlo Goldoni raramente si avvertono gli acciacchi dell’età. Eppure, Sior Todero Brontolon è stata rappresentata per la prima volta nel 1762. Duecento sessantatré anni, e non ne dimostra neanche la metà, anzi, sembra tanto vispa da sembrar giovinetta ancora! È la caratteristica dei grandi autori della commedia, i quali, più che da una storia, cominciano dal personaggio, i cui vizi non tramontano mai restando immutati per l’eternità. Il vecchio fastidioso è il sottotitolo scelto da Goldoni per descrivere meglio il carattere del protagonista: «avaro, superbo, ostinato», sono parole di Marcolina, che dipingono l’animo di Teodoro, padre padrone. Brontolone, infatti, è il soprannome «che spiega e mette in ridicolo il di lui carattere inquieto, fastidioso, indiscreto», scrive l’autore. Oggi lo si definirebbe un adepto del più tenace patriarcato: colui che gestisce gli affari economici in casa e quindi detiene anche il monopolio delle decisioni altrui fino alla terza generazione.

È lui, il molesto sior Todero, che decide delle sorti della nipote (figlia di Pellegrin, suo figlio), e l’ha promessa in matrimonio, per un vile tornaconto, al primogenito del suo agente. L’intrigo è fin troppo semplice, ma sviluppa una serie di reazioni a catena che si potrebbero esaminare sia rimanendo tra le mura casalinghe, che al di fuori. Il patriarca, in questo caso, è un despota che pone severe condizioni ai componenti del nucleo familiare, i quali per difendersi agiscono di nascosto secondo il concetto opposto: quel matriarcato che trova in Marcolina la forza e l’astuzia per combattere l’abuso. E non è vero che il patriarcato si tramanda da padre in figlio, perché il fin troppo remissivo Pellegrin, allevato sotto la tirannia del babbo, resta vittima anche della ribellione di sua moglie. Ora, però, volendo, ampliare il discorso, e portare all’estremo il comportamento totalitarista di un altro simbolico Sior Todero quale despota di un territorio, si avrà una dittatura contrastata dalla mafia. E Goldoni, che non aveva ipotizzato questa esasperata metafora, ha però ben individuato il male che genera una condotta eccessivamente autoritaria.

L’autore gioca, da par suo, col vizio trattandolo con grande ironia, virtù alla quale si ispira felicemente la regia di Paolo Valerio che s’affida all’estro di un attore tra i migliori della nostra scena. Il Todero di Franco Branciaroli diventa una sorta di Mangiafuoco in mezzo alle marionette, che bofonchia e farfuglia e borbotta come se stesse sempre in debito di fiato: fa della parlata veneta, solitamente sciolta e cantilenante, un convulso singhiozzo, tanto da sembrare avaro perfino nel dar voce alle sue stesse parole. La sua è un’avarizia viscerale che nasce dal diaframma, capace di trattenere più che di rilasciare. La superbia è ostentata dalla grande poltrona in cui alloggia come se fosse un trono. Da quella posizione esercita la tirannia e dispone degli altri, racchiuso nell’ostinazione del suo imperio. Branciaroli riesce perfettamente a cucirsi addosso la veste del fastidioso, sfoderando, da eccelso commediante, una simpatia contagiosa. È quel che dicevo ieri a proposito dei grandi attori che riescono, con la loro arte recitativa, a far del vizio, un trionfo personale.

D’altronde, quando una commedia è scritta bene e il protagonista è un fuoriclasse, si parte avvantaggiati. La regia, che ha ambientato l’intrigo sul retro di un teatrino per marionette, tra cassapanche e fantocci da rivestire, può far leva anche sulla bella realizzazione scenografica di Marta Crisolini Malatesta, che ha immaginato un grande velario sul fondo da dove s’affacciano i pupi, animati dagli artigiani dei Piccoli di Podrecca, che muovono i fili dalla balconata che incornicia il palco. C’è anche una scala, che è quella tipica di legno che macchinisti ed elettricisti usavano in teatro fino a qualche anno fa. Ci sono le casse che per secoli hanno rappresentato il bagaglio delle compagnie, con i costumi e l’attrezzeria di scena; ma qui ce n’è una in particolare che è il nascondiglio di Pellegrin (ottima la caratterizzazione di Piergiorgio Fasolo) il quale preferisce sparire nella tranquillità del baule, piuttosto che trovarsi tra i fuochi di sua moglie e di suo padre. Tra gli altri interpreti si fanno onore l’energica Marcolina di Maria Grazia Plos e la Fortunata di Ester Galazzi, vedova scaltra e mezzana d’alto rango.

L’idea di trasporre i fatti dalla casa di Teodoro all’interno di un teatro è certamente affascinante, ma far gestire un’attività di marionette al protagonista è intuizione tanto bizzarra quanto ben riuscita. Le marionette non possono dare alcun fastidio e soprattutto si ravvivano grazie al comando degli altri che muovono i fili e governano i loro intrighi. Cosicché alcune scene vengono eseguite dagli attori che accompagnano ciascuno il suo pupo. E ognuno si fa pupo dell’altro, manovrato da una volontà gestita dagli interessi più che dal candore e dalla sincerità. Anche quando si sforzano e par che fiorisca un sentimento naturale, i personaggi di questa commedia agiscono secondo un altro impulso molto più concreto. Un atteggiamento pressoché generico, fino all’ultimo dei servitori (quel simpatico Gregorio di Alessandro Albertin), in un ambiente che per contrasto predilige i colori tenui e chiari, dove risaltano le macchie più accese di qualche costume, in perfetto stile con la rivoluzione goldoniana fatta da Visconti nel 1952. (fn)
____________________
Sior Todero Brontolon, di Carlo Goldoni. Drammaturgia, Piermario Vescovo. Con Franco Branciaroli (Todero), Piergiorgio Fasolo (Pellegrin), Maria Grazia Plos (Marcolina), Ester Galazzi (Fortunata), Emanuele Fortunati (Meneghetto), Riccardo Maranzana (Desiderio), Valentina Violo (Cecilia), Alessandro Albertin (Gregorio), Andrea Germani (Nicoletto), Roberta Colacino (Zanetta). In collaborazione con I Piccoli di Podrecca. Scene, Marta Crisolini Malatesta. Costumi, Stefano Nicolao. Luci, Gigi Saccomandi. Musiche, Antonio Di Pofi. Movimenti di scena, Monica Codena. Regia di Paolo Valerio. Produzione: Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Teatro de gli Incamminati, Centro Teatrale Bresciano. Al teatro Quirino, fino al 30 marzo

Foto: La bella scena di Marta Crisolini Malatesta (© Simone Di Luca)

Pour vous