09 aprile 2024

Da Ferdinando IV al principe di *** (parte II)

Caricatura di Totò (da «La patente»)

INNOMINATO DA ALEXANDRE DUMAS, SCOPRIAMO CHI ERA

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Avevamo lasciato il nostro iettatore a bordo di una imbarcazione francese veleggiando verso Tolone, rattristato per la morte del fratello ucciso in duello per causa sua, e per la dipartita del padre stroncato dal dolore. Alessandro Dumas dedica un intero capitolo del Corricolo al viaggio del principe di *** verso lidi lontani – ma noi, non avendo la sua penna, lo riassumeremo in poche parole per non cadere in stucchevoli ripetizioni – tragitto durante il quale il capitano del vascello, non avendo tenuto in seria considerazione le maldicenze sul conto del suo ospite (prima di salpare da Napoli un’anima pia s’affrettò a metterlo in guardia onde prepararlo a qualunque imprevisto) non fece a tempo a ricredersi che, dopo due giorni e mezzo di navigazione, all’altezza di Livorno, si vide costretto a virare bruscamente verso la Corsica per evitare l’attacco di due bastimenti inglesi. Il principe lo rincuorò appena intuì che il vento premiava l’alta velatura di bordo e la forma snella dello scafo, agile a scivolare leggero sulle acque. «Con il levante in poppa non li sentiremo più abbaiare», disse pavoneggiandosi il capitano soddisfatto della distanza guadagnata sulle inseguitrici. E il principe di rincalzo esclamò mirando a est l’orizzonte: «Oh, durerà, eccome se durerà!». E la voce del marinaio di vedetta si levò forte e allarmata: «Il vento salta da est a nord». In pochi minuti il vascello fu raggiunto e bombardato da entrambi i lati. Nulla potettero i francesi: si arresero e furono tratti in ostaggio. Il povero capitano, rassicurato dai vincitori affinché il principe, rimasto naturalmente illeso, fosse preso in consegna su uno dei due bastimenti, chiese il permesso di andare a prendere effetti personali in cabina e si sparò. L’ammiraglio inglese, comprendendo che l’ospite fosse persona di stimabile levatura, gli offrì i migliori servigi, riservando le celle più anguste alla ciurma dei prigionieri.

Quel che non riuscì alla potenza delle armi francesi, riuscì alla potenza del principe. Soddisfatti del bottino conquistato, i britannici spiegarono le vele e si diressero verso le Baleari certi che nessuno li avrebbe disturbati. Appena, però, scorsero le coste delle isole iberiche, un nuvolone nero si addensò su di loro e all’improvviso le acque si tinsero di un bianco funesto: una violentissima tempesta scatenata dal maestrale li investì a tribordo spezzando ben due dei tre alberi; le onde s’alzarono più alte dei torrioni di un castello e i marinai francesi, dapprima sbatacchiati, furono liberati. La nave fu scaraventata sugli scogli e soltanto alcune scialuppe furono in grado di raggiungere il porto di Minorca. Scrive Dumas: «Il principe di *** aveva sopportato la tempesta con la stessa buona sorte con cui eluse il combattimento navale ed era disceso a Mahon senza aver neanche sofferto il mal di mare». Noblesse oblige!

Lontano da Napoli gli echi delle sue «virtù» si affievolirono. Viaggiò incessantemente per l’Europa alla ricerca di serenità. Soltanto il suo amministratore manteneva con lui rapporti per ovvii motivi e un giorno sparse la voce che finalmente il principe aveva preso moglie e presto sarebbe tornato nella città natia. Notizia dai più salutata con le mani in tasca alla ricerca di cornetti o altro.

Quando sbarcò, dopo cinque anni, la sua stella funesta era rimasta intatta: soltanto aveva aggiunto agli occhiali, la tabacchiera che, stando al codice della jettatura, avrebbe raddoppiato l’influsso maligno. Con lui scesero dalla nave la moglie e due bambini. Immediatamente i napoletani riconobbero nel maschietto l’erede potenziale del principe: stesse labbra, stesso sguardo, stessa camminata; la certezza fu immediata, il dono fatale era stato tramandato geneticamente. Ma dove c’è un carnefice c’è anche una vittima. E la prescelta era lei, la bambina, Elena, creatura deliziosa educata dalla madre con sani e severi principi. Fu naturale che crescendo, la bella Elena attirò su di sé le ammirazioni dei giovani aristocratici napoletani. Tra loro ce ne fu uno, il conte di ***, malvisto dal principe per via di certi trascorsi burrascosi da spudorato donnaiolo, e proprio di lui Elena s’innamorò. Dovette lottare oltre un anno contro i capricci del padre per arrivare a strappargli l’accordo. Finalmente, quando vide la figlia sull’orlo di una grave malattia a cui la medicina non poteva porre rimedio, il principe acconsentì alle nozze e, dopo il gran ballo dato per l’occasione, salutando gli sposi, dimenticando tutti i pregiudizi – proprio lui! – che aveva nutriti nei confronti del genero, disse con aria paternalistica: «Venite, cari figliuoli, a ricevere la mia benedizione!». Pose i palmi delle mani sulle loro teste e pronunziò parole che si rivelarono un vero e proprio anatema: «Crescete e moltiplicatevi!». Dopo sei mesi la figlia confessò di essere nelle stesse condizioni in cui si trovava prima del matrimonio.

Napoli si divise: gli uomini dalla parte di Elena, le donne (molte delle quali a ragion veduta) dalla parte del conte. Si ricorse prima alla prova del Congresso carnale (un’usanza medievale per provare se l’uomo fosse realmente incapace di adempiere ai suoi doveri) e infine alla decisione della Sacra Rota di annullare il matrimonio non essendo stato consumato. Trascorsero tre mesi ed Elena tornò all’altare per sposare un cavaliere, ma al momento del congedo dai genitori, quando il principe si apprestava a lanciare la sua benedizione, la figlia alzò le braccia inorridita gridando: «Padre, vi prego, non una parola di più». Quando, tre giorni dopo, ritrovò i genitori, Elena profuse un sorriso così radioso e soddisfatto che i comprensibili timori materni immediatamente si dissiparono.

La nascita del nipote determinò una tregua inaspettata. Il piccolo divenne il beniamino del nonno al quale rendeva teneri sorrisi in cambio di affettuose coccole. Furono questi i motivi che resero il principe distratto – diciamo così – dal posare il suo occhio su altri. Innocuo sì, ma a tempo determinato! Fino a quando un giorno ebbe l’incarico di recarsi in Francia da Carlo X di Borbone per congratularsi, a nome del re di Napoli, per l’ultima impresa bellica: la presa di Algeri. Questa nuova incombenza diplomatica lo avrebbe, però, costretto a staccarsi per qualche tempo dall’amato nipotino e il fastidio lo rese di pessimo umore: giunse a Parigi il 24 luglio 1830, fu ricevuto due giorni dopo dal sovrano e l’indomani scoppiò la rivoluzione di luglio. Dieci giorni di tafferugli e il trono di Francia passò a Luigi Filippo d’Orleans, dopo 241 anni ininterrotti di reame borbonico.

Il principe riprese la strada di casa e approfittò per far tappa a Roma per ossequiare il Santo Padre. Pio VIII gli offerse la pantofola da baciare, poi l’anello e… tre giorni dopo volò tra le braccia Signore.

***

Fermiamoci qui, perché questi ultimi due eventi storici e sicuramente databili offrono all’attento lettore del Corricolo di Alessandro Dumas la possibilità di capire lo spirito con cui l’autore de I tre moschettieri e de Il conte di Montecristo riportò le impressioni del suo lungo soggiorno napoletano. È vero che molte delle sue opere sono annoverate tra quelle storiche ma è inconfondibile lo stile romanzesco, spesso ironico, a volte deliziosamente giocoso. Un’analisi delle date ci aiuta a comprendere che il Dumas (appunto giocando con argomenti disimpegnati e aperti al divertimento intellettuale, quale può essere questo della jettatura) abbia commesso qualche leggerezza storica. Dice infatti che il famoso iettatore giunse a Parigi il 24 luglio 1830 e in pochi giorni il trono di Francia cambiò casato: è vero, i riferimenti storici di questi avvenimenti sono esatti. Ma è riscontrabile anche la morte di Pio VIII (Papa Castiglioni): notte tra il 30 novembre e il primo dicembre 1830. Dunque è poco credibile che il nostro protagonista, smanioso di riabbracciare il nipotino, abbia impiegato ben quattro mesi per ritornare a Napoli. Onore comunque al Dumas, il quale contribuì ad arricchire con il suo prezioso autografo un argomento così tipicamente partenopeo, ricostruendo senz’altro con qualche immaginazione l’esilarante personaggio del principe di ***.

Suvvia, possibile che a distanza di secoli non si possa ancora pronunciare il nome di costui? Lo storico Fausto Nicolini – che del firmatario di questi articoli fu il prozio – stretto collaboratore di Benedetto Croce, scoprì, tra gli archivi che andava quotidianamente consultando, l’arcano del principe. Si chiamava Cesare della Valle, duca di Ventignano, nacque a Napoli nel 1766 e morì nel 1860. Si dilettò con le lettere e scrisse, oltre a innumerevoli versi, anche alcune tragedie, tra cui lo stesso Croce ricorda una Medea. Negli archivi familiari, Fausto Nicolini senior rintracciò la prova scritta dell’appendice giudiziaria che sortì dall’episodio della «benedizione paterna»: la figlia del duca, donna Olimpia (e non Elena, come scrive Dumas), era andata in sposa al duca di Parabito, don Giovanni Ferrari, e il loro matrimonio fu effettivamente annullato: avvocato di quella causa di separazione fu, infatti, Niccola Nicolini, Regio procuratore e bisnonno di quel Fausto.

Addirittura il più illustre don Benedetto, nei Quaderni della Critica (1945, n. 3, c. III) trovò tempo e diletto per dedicarsi alla jettatura, prendendo a pretesto la Cicalata del Valletta (che abbiamo introdotto nell’articolo precedente), e si domanda: «Perché mai a Napoli, negli ultimi decenni del Settecento, si parlò e si scrisse tanto della jettatura, a segno che questa parola … diventò nota anche ai forestieri, come si vede nei libri di Dumas e Gautier?» Moda, suggestione, ozio? Alla base c’è senz’altro «un intimo piacere», come sottolinea il Valletta, un gusto perverso di certa umanità nel voler trovare argomenti di conversazione poco impegnativi su cui si possa ridere e spettegolare. Non si creda quindi che la jettatura sia argomento restaurato (abbiamo già detto che nacque dai miti greci) dalla bassa plebe, piuttosto dalle «smorfiette delle vezzose dame – citiamo Croce – che davano o trasmettevano e diffondevano il tono del prescelto modo di artificiale aborrimento». In altri termini: come potevano opporsi al tedio di certe noiose serate salottiere quelle dame senza troppi interessi intellettuali e con limitati argomenti di conversazione? Spettegolavano, attribuendo a questo o a quello il fascino di poteri malefici. E non va sottovalutata l’analogia storica: furono Venere e Giunone, due donne, a partorire il germe della jettatura e donne furono le restauratrici, a discapito degli uomini. Raramente, infatti, si è parlato al femminile nel mondo del malocchio!

Lo stesso Croce (notoriamente adepto al «Non ci credo, però…») riporta un episodio che potrebbe illuminare un po’ di più. Tra il 1840 e il 1850 a Napoli si diffuse voce che un altro gentiluomo possedesse capacità catastrofiche. Costui, però, di temperamento assai focoso, prese la consuetudine a sfidare in duello chiunque sussurrasse il suo nome o prendesse precauzioni al suo passaggio. Accadde che giunse a Napoli un ignaro signore russo, il quale fu informato subito della pericolosità di tale gentiluomo, ma, fidandosi della sua educazione, non credette a una sola parola di quanto gli riferirono e quando a cena chiese chi fossero i commensali, udendo di nuovo quel nome, proferì appena un «Ah, quello!». Il gentiluomo si avvicinò subito al russo per avvisarlo che l’indomani avrebbe dovuto rispondere dell’offesa. Il giorno dopo si fece il duello e al primo scontro lo straniero fu ferito alla fronte. Mentre si procedeva alla medicatura, la vittima cercò di scusarsi con l’avversario: «Signore, io sono russo, non credo alla jettatura; ma riconoscerete che è un caso ben strano che, appena giunto a Napoli, il primo nome che abbia appreso ieri sia stato il vostro, la sera stessa vi abbia incontrato di persona, e oggi mi capiti, da voi, una sciabolata sulla testa!»

Ancora Croce riferisce di un colloquio che ebbe con il suo amico e letterato tedesco Karl Vossler, studioso e amante delle nostrane meraviglie artistiche e naturali. Quando nel 1915 l’Italia s’apprestava a entrare in guerra contro la Germania, il Vossler corse a cercare conforto dall’amico per la sciagura che avrebbe potuto provocare il conflitto: maltrattamenti, distruzioni, incendi. Vossler a un certo punto scoppiò addirittura a piangere, imputando al suo popolo il possibile massacro di tanta bellezza, ma Croce lo rincuorò: «Al posto vostro, mio caro, non piangerei troppo sulla sorte dell’Italia. Vedete, noi siamo un poco jettatori: la storia ci insegna che chi prende le armi contro l’Italia finisce sempre male».

Concludendo la nostra cicalata sulla jettatura, in due puntate, ci preme risolvere un naturale quesito. È risaputo che Napoli ha esportato nel mondo la pizza, e in qualunque parte del pianeta la parola pizza è associata all’immagine del Vesuvio o a quella di Pulcinella. La jettatura, a differenza della pizza, non è nata a Napoli, dunque, perché anche questa è diventata emblema della napoletanità? La risposta è semplice. In qualunque altra civiltà le credenze sul malocchio si portano dietro risvolti cupi, tristi, angosciosi, maliziosi, decadenti e persino temibili; lo spirito del napoletano invece ha rivoltato il lato nero della faccenda e ne ha trovato uno colorato, frizzante, brioso, che ha divertito generazioni di aristocratici nullafacenti dediti alle facezie, che involontariamente hanno influenzato la curiosità di scrittori, poeti e romanzieri, che a loro volta hanno dato l’opportunità agli studiosi di ricercare origini storiche ed episodi. Così è nata una vera e propria letteratura, parola che soltanto a Napoli può far rima con jettatura.

E naturalmente, come tenne a precisare Peppino De Filippo, «Non è vero… ma ci credo!» (fn)

pubblicato sulla rivista Infofinax, maggio 2009

 

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