03 marzo 2024

«American fiction» di Cord Jefferson

Erika Alexander e Jeffrey Wright
Amazon Prime
2 marzo 2024

IL LIBERO PENSIERO DEL PROFESSOR «MONK», ANTICONFOMISTA RIBELLE

Nel 1944 Thelonious Monk scrisse un brano musicale dal titolo diventato poi leggendario: Round midnight. Considerato sin da subito un pezzo di difficile esecuzione, ancora oggi resta il vessillo di un genere jazz considerato innovativo. Cootie Williams, che collaborò in parte alla creazione, disse che gli inconsueti e bizzarri giri armonici che la musica conteneva erano il miglior frutto del «pessimo» carattere di Thelonious, uomo per certi versi stravagante, a volte scontroso, quasi sempre rintanato nel silenzio, ma pronto a proporre l’idea più originale. E originale e diverso da tutti gli altri, all’epoca, era Round midnight, brano che trovò una casa discografica soltanto tre anni dopo il suo battesimo in pubblico.

Non ho certezze se vi siano analogie tra il Thelonious Monk musicista jazz e il Thelonious «Monk» Ellison (che somiglia molto a Ellington, come il Duke del jazz) protagonista di questa storia, ma anche il nostro nigger si presenta con una difficile propensione alla convivialità e una testarda incapacità di riuscire a scendere a compromessi con idee e atteggiamenti che non condivide. Alle abitudini della comunità preferisce il silenzio della solitudine e la sua settaria diversità intellettuale. Ellison, malgrado la sua indole, è un professore universitario, scrive libri, ma difficilmente riesce a trovare un editore che glieli pubblichi, perché non soddisfano le esigenze del mercato.

Prima di arrivare al nocciolo della questione, l’ottima sceneggiatura di Cord Jefferson semina, sin dall’inizio, assaggi di insopportabili malintesi, piccole perle d’intollerabile idiozia. Thelonious, per esempio, sta tenendo una lezione e vorrebbe far commentare una frase scritta sulla lavagna che è il titolo di un romanzo The artificial nigger (Il negro artificiale), ma trova subito la contestazione aspra di un’alunna dalla pelle bianca e dai capelli azzurri, che indica la parola sconveniente, soprattutto durante una lezione universitaria. Il professor «Monk» le fa notare che lui stesso, di pelle nera, ha superato da tempo il problema razzista, anzi non crede neanche più alla differenza delle razze.

Thelonious Ellison è un uomo che vive nella maniera più scomoda possibile: risale sempre la corrente degli stereotipi, combatte intimamente contro il sistema, contro le esigenze di mercato, contro il pensiero del gregge, contro tutto ciò che è comune e quindi facile, banale e spesso ingannevole. I suoi romanzi non s’intonano al coro convenzionale imposto dagli editori e per questo trova molti ostacoli. Lui scrive sui fatti del mondo in generale, ma i suoi volumi – guarda caso – nelle librerie sono infilati tra gli scaffali della letteratura afro, solo perché il suo nome è archiviato tra gli autori di colore. Però, in società, nigger non si può dire.

Allora, a dispetto, scrive un romanzetto nel quale i negri sono proprio come i bianchi desiderano: cattivi, violenti, ignoranti, dalla pistola facile, e soprattutto vittime del razzismo. Insomma, esattamente come certe ignobili serie tv nostrane amano descrivere i napoletani brutti, sporchi e camorristi. D’altronde, si sa, «napoletani e negri sono coetanei», diceva un caro amico. American fiction, infatti, è un’accusa alla televisione d’intrattenimento: la stessa delle fiction; programmi oggi seguitissimi, nei quali è facile vedere scene di violenza, d’insulti, di minacce, fini a se stesse. Alcuni psicologi americani hanno evidenziato che molte di queste sequenze non sviluppano alcun pensiero critico, né è possibile ricavarne una satira, segno evidente che la violenza, anche se trasmessa non genera altro che violenza o, al meglio, un progressivo rincretinimento.

Ellison, prendendo spunto dalla tv, condisce il suo racconto con tutti gli stereotipi possibili e propone al suo agente di mandare il manoscritto, firmato con uno pseudonimo, per giocare uno scherzo all’editore che gli ha appena rifiutato l’ennesima pubblicazione. Il libro, contro ogni intenzione dell’autore, viene stampato, vince un premio e riceve la proposta per girarne un film. Insomma, per il professor «Monk», finalmente arriva la ricchezza.

Il film di Jefferson non è solo questo, c’è tanto altro: c’è un fratello che si scopre gay (un classico dei nostri tempi), una mamma malata di Alzheimer (anche questa ormai una convenzione), un padre morto che tradiva la moglie (il modello più battuto nei secoli). L’autore della pellicola, se da una parte costruisce con grande intelligenza la novità, dall’altra si abbandona alla solita formula. E – mea culpa – non sono stato in grado di decifrare se i conformismi sono stati imposti dalla produzione per contrastare un pericoloso ed eccessivo acume (che spesso ostacola la distribuzione del prodotto), oppure se sono stati introdotti appositamente dall’autore proprio dimostrare la differenza di un film intelligente rispetto alla banalità delle opere che perseguono i canoni più commerciali.

Vorrei che fosse vera la seconda ipotesi e che Cord Jefferson, al suo primo lungometraggio (tratto da un romanzo di P. Everett del 2004), abbia davvero avuto il coraggio di denunciare il devastante appiattimento intellettuale dovuto agli interessi economici delle case di produzione (che siano di libri, di film, di dischi, fino agli spettacoli teatrali). Le leggi di mercato stanno spegnendo ogni tipo di inventiva, perché il genio, abituato a dar voce a un libero pensiero solitario, sul piano commerciale sarà sempre un’incognita.
Candidato a cinque statuette, temo che la pellicola sia troppo intelligente e poco fruibile per incassare cifre da Oscar. (fn)
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American fiction, un film di Cord Jefferson (2023), tratto dal romanzo «Erasure» di Percival Everett. Con Jeffrey Wright (Thelonious «Monk» Ellison), Tracee Ellis Ross (Lisa Ellison), Erika Alexander (Coraline), Leslie Uggams (Agnes Ellison), Sterling K. Brown (Clifford Ellison), Myra Lucretia Taylor (Lorraine), John Ortiz (Arthur), Issa Rae (Sintara Golden), Adam Brody (Wiley), Keith David (Willy the Wonker). Sceneggiatura, Cord Jefferson. Fotografia, Cristina Dunlap. Montaggio, Hilda Rasula. Musiche, Laura Karpman. Scenografia, Jonathan Guggenheim. Costumi, Rudy Mance. Regia, Cord Jefferson
 

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