LA COMICITÀ COME LINGUAGGIO POETICO UNIVERSALE
Alessandro Longobardi ospita per il terzo anno consecutivo, non più alla Sala Umberto ma al Brancaccio, i Familie Flöz: stavolta sono in quattro e presentano Infinita. Nel 2014 fu uno degli eventi più acclamati sul palcoscenico del Valle occupato. Loro sono Björn Leese, Benjamin Reber, Hajo Schüler e Michael Vogel, autori e attori di questo capolavoro di dolcezza. Purtroppo, restano in scena ancora oggi pomeriggio (domenica 12 aprile, ore 16.00). A Roma, due repliche soltanto sono troppo poche. Spettacolo costruito a quadri che racchiude molte forme teatrali, fra le quali il teatro di figura, quello in maschera, la danza, il mimo, la clownerie e anche qualche movimento acrobatico, ma qui è soprattutto la musica a dirigere il ritmo delle emozioni in scena e in platea. Quando si prende posto in sala, il sipario è aperto, e immagini in silhouette scorrono su un fondale. Sono scene di vita che terminano con un funerale, e tutti coloro che sono affaccendati col cellulare alla mano se lo perdono. Peccato, perché quel funerale è l’involucro che tiene insieme i quadri che animeranno lo spettacolo.
È il terzo lavoro che vedo (e apprezzo) della compagnia berlinese ed è quello che più degli altri trova ispirazione e realizzazione, nelle vecchie comiche dei maestri universali: da Charlie Chaplin a Buster Keaton, da Larry Semon, a Stanlio e Ollio. Sono i tempi, gli sguardi, le sospensioni, le trovate delle gag che, con precisione certosina, creano le situazioni più divertenti e mai fini a se stesse. C’è sempre un’introspezione affine al carattere dell’uomo che arricchisce l’evidente paradosso cui si assiste. E quel che appare un nonsense o un’assurdità, invece, nasconde un risvolto sentimentale che colpisce lo stupore degli spettatori. Tutte le azioni dei Familie Flöz sono mute, e – si accennava prima – la musica ne dirige le intensità, ne colora le atmosfere, predispone l’umore del pubblico alla scenetta cui si assiste.
I quadri sono intervallati da proiezioni di ombre che riflettono momenti di una vita irrappresentabile, quella più caotica, la più frenetica e razionale dell’uomo, in cui esso studia e lavora, corteggia e insegue interessi che sono rivolti verso l’esterno. E le immagini sul fondale dichiarano e accentuano lo straniamento dalla realtà quotidiana, mentre in scena una moltitudine di personaggi esplora, i primi e gli ultimi istanti dell’esistenza degli uomini, quand’è l’istinto a governare le nostre decisioni, le nostre scelte, e con una certa dose di follia: soltanto così i bambini muovono i primi passi e si lasciano andare alla ricerca di un avvenire più concreto; e soltanto con un pizzico di follia si arriva alla fine mantenendo fresco il sorriso che sfida la morte.
Al centro, in mezzo a una serie di porte, c’è una sola panchina che inizialmente ospita un angelo che suona un violoncello e introduce la vita del suo protetto. Un vecchio viene accompagnato in proscenio in sedia a rotelle, si volta e rivede la sua infanzia quando qualcuno, in un box per neonati, molti anni prima, gli strappò un bambolotto. Probabilmente quello fu il primo indimenticabile dolore: ma da quel momento comincia il film comico della sua vita, che lo accompagnerà fino all’ultimo giorno. E anche dopo: in paradiso. La poetica dei Flöz va oltre la morte, là dove la comica continua.
Lo sguardo della maschera del vecchio entra in collisione con quello dell’infante: i due non si scambiano un’occhiata, piuttosto sembra una dissolvenza incrociata, un effetto cinematografico che apre il libro delle comiche. Le maschere in scena si comportano come tutti gli omini buffi della storia del cinema muto, tranne quando decidono di giocare a pallone col pubblico. È l’unico momento in cui il dialogo vive di un rapporto più realistico – per quanto possa essere realistico, per i più piccoli, il lancio di una grande sfera morbida in mezzo alla folla! È una scena che sembra anomala rispetto alla sequenza dei quadri, invece, è la conferma della poetica dei Familie Flöz, rispetto al linguaggio.
Foto: Familie Flöz (© Valeria Tomasulo)
