12 aprile 2026

«Infinita», uno spettacolo dei Familie Flöz

«Infinita» dei Familie Flöz

Roma, Teatro Brancaccio
11 aprile 2026

LA COMICITÀ COME LINGUAGGIO POETICO UNIVERSALE

Alessandro Longobardi ospita per il terzo anno consecutivo, non più alla Sala Umberto ma al Brancaccio, i Familie Flöz: stavolta sono in quattro e presentano Infinita. Nel 2014 fu uno degli eventi più acclamati sul palcoscenico del Valle occupato. Loro sono Björn Leese, Benjamin Reber, Hajo Schüler e Michael Vogel, autori e attori di questo capolavoro di dolcezza. Purtroppo, restano in scena ancora oggi pomeriggio (domenica 12 aprile, ore 16.00). A Roma, due repliche soltanto sono troppo poche. Spettacolo costruito a quadri che racchiude molte forme teatrali, fra le quali il teatro di figura, quello in maschera, la danza, il mimo, la clownerie e anche qualche movimento acrobatico, ma qui è soprattutto la musica a dirigere il ritmo delle emozioni in scena e in platea. Quando si prende posto in sala, il sipario è aperto, e immagini in silhouette scorrono su un fondale. Sono scene di vita che terminano con un funerale, e tutti coloro che sono affaccendati col cellulare alla mano se lo perdono. Peccato, perché quel funerale è l’involucro che tiene insieme i quadri che animeranno lo spettacolo.

È il terzo lavoro che vedo (e apprezzo) della compagnia berlinese ed è quello che più degli altri trova ispirazione e realizzazione, nelle vecchie comiche dei maestri universali: da Charlie Chaplin a Buster Keaton, da Larry Semon, a Stanlio e Ollio. Sono i tempi, gli sguardi, le sospensioni, le trovate delle gag che, con precisione certosina, creano le situazioni più divertenti e mai fini a se stesse. C’è sempre un’introspezione affine al carattere dell’uomo che arricchisce l’evidente paradosso cui si assiste. E quel che appare un nonsense o un’assurdità, invece, nasconde un risvolto sentimentale che colpisce lo stupore degli spettatori. Tutte le azioni dei Familie Flöz sono mute, e – si accennava prima – la musica ne dirige le intensità, ne colora le atmosfere, predispone l’umore del pubblico alla scenetta cui si assiste.

I quadri sono intervallati da proiezioni di ombre che riflettono momenti di una vita irrappresentabile, quella più caotica, la più frenetica e razionale dell’uomo, in cui esso studia e lavora, corteggia e insegue interessi che sono rivolti verso l’esterno. E le immagini sul fondale dichiarano e accentuano lo straniamento dalla realtà quotidiana, mentre in scena una moltitudine di personaggi esplora, i primi e gli ultimi istanti dell’esistenza degli uomini, quand’è l’istinto a governare le nostre decisioni, le nostre scelte, e con una certa dose di follia: soltanto così i bambini muovono i primi passi e si lasciano andare alla ricerca di un avvenire più concreto; e soltanto con un pizzico di follia si arriva alla fine mantenendo fresco il sorriso che sfida la morte.

Al centro, in mezzo a una serie di porte, c’è una sola panchina che inizialmente ospita un angelo che suona un violoncello e introduce la vita del suo protetto. Un vecchio viene accompagnato in proscenio in sedia a rotelle, si volta e rivede la sua infanzia quando qualcuno, in un box per neonati, molti anni prima, gli strappò un bambolotto. Probabilmente quello fu il primo indimenticabile dolore: ma da quel momento comincia il film comico della sua vita, che lo accompagnerà fino all’ultimo giorno. E anche dopo: in paradiso. La poetica dei Flöz va oltre la morte, là dove la comica continua.

Lo sguardo della maschera del vecchio entra in collisione con quello dell’infante: i due non si scambiano un’occhiata, piuttosto sembra una dissolvenza incrociata, un effetto cinematografico che apre il libro delle comiche. Le maschere in scena si comportano come tutti gli omini buffi della storia del cinema muto, tranne quando decidono di giocare a pallone col pubblico. È l’unico momento in cui il dialogo vive di un rapporto più realistico – per quanto possa essere realistico, per i più piccoli, il lancio di una grande sfera morbida in mezzo alla folla! È una scena che sembra anomala rispetto alla sequenza dei quadri, invece, è la conferma della poetica dei Familie Flöz, rispetto al linguaggio.

A tal proposito mi piace riproporre l’introduzione al primo articolo che dedicai loro nel 2024. «Lunga vita al teatro e al suo linguaggio se, in un momento storico come questo, dove regna la più caparbia e deliberata incomprensione tra i popoli confinanti e nelle singole case, il gruppo tedesco lancia un forte messaggio di comprensione, d’intesa e di armonia possibile. Basta davvero poco per capirsi, per spiegarsi l’un l’altro; non occorre neanche parlare, visto che loro prediligono un teatro di figura, cioè senza parola; e forse non c’è bisogno nemmeno di un’espressione mobile del viso, visto che preferiscono ricoprire il volto con le maschere. C’è troppo poco teatro a questo mondo e molta confusione che genera discordia. Invece, come accadeva nei lontani cortometraggi delle vecchie comiche, è appena sufficiente una piccola storiella e tanta fantasia per riscoprire, nel silenzio della parola, il linguaggio dell’umorismo, quello che tutti riconoscono quale espressione di pace universale». (fn)
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Infinita, uno spettacolo dei Familie Flöz, di e con Björn Leese, Benjamin Reber, Hajo Schüler e Michael Vogel. Maschere, Hajo Schüler. Produzione: Familie Flöz in collaborazione con Admiralspalast e Theatherhaus Stuttgart. Al Teatro Brancaccio, ancora oggi (h. 16.00)

Foto: Familie Flöz (© Valeria Tomasulo)

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