27 febbraio 2026

«L’imbarazzo della scelta» di S. Azzopardi e S. Danino (regia, V. Acqua)

«L’imbarazzo della scelta» di S. Azzopardi e S. Danino (regia, V. Acqua)

Roma, Teatro Vittoria
26 febbraio 2026

PERÒ, ALMENO, NON AVEVANO IL MICROFONO!

Difficile per il critico recensire quel che s’è visto ieri sera al Teatro Vittoria. Ogni spettacolo va giudicato secondo un criterio di appartenenza: la tragedia greca non può essere valutata come la commedia goldoniana, eppure entrambe fanno parte del genere classico, ma esigono sguardi molto differenti; il teatro di Beckett non può essere analizzato come quello di Eduardo De Filippo, eppure entrambi sono della stessa epoca; le opere che vanno in scena all’Argentina, con grosse produzioni alle spalle, non possono godere di quella opportuna comprensione che spazi molto più piccoli offrono a esibizioni messe in piedi con i soli sacrifici degli addetti ai lavori. Ammirai molto la scelta di Virginia Acqua (qui regista) quando, un paio d’anni fa, portò alla Sala Umberto «Intramuros» del francese Alexis Michalik: ne apprezzai sia la qualità dell’allestimento che l’intelligenza del testo (dando per scontato che sia del regista la scelta di un copione da rappresentare, o comunque il beneplacito su di esso).

25 febbraio 2026

«4 5 6», scritto e diretto da Mattia Torre

«4 5 6», scritto e diretto da Mattia Torre

Roma, Teatro Vascello
24 febbraio 2026

IN PRINCIPIO FU LA FAMIGLIA,
IL VERO PROBLEMA!

Soffia il vento caldo di libeccio attorno alla casa di Ovidio: il presagio è malevolo. Non si riuscirà a concludere nulla di buono in questa giornata senza presente, senza l’oggi. Non c’è un tempo reale nella storia di Mattia Torre, eppure nella cucina di Guglielma un orologio a cucù segnala le ore che passano, e a ogni sortita il povero uccellino viene bersagliato con un violento lancio di noci: tempo – sembrano voler gridare i tre componenti della famiglia – perché tu scorri, mentre noi rimaniamo bloccati nell’immobilità quotidiana? Tuttavia, il tempo è il vero protagonista di questa straordinaria «tragedeide» sull’infelicità popolare che ci riguarda tutti da molto vicino. Esiste un ferreo passato remoto che viene tramandato, di padre in figlio, e che si materializza nel sugo perpetuo della nonna, morta quattro anni prima. Da allora il ragù ribolle costantemente nella pentola sul focolare sempre acceso, e il vapore che ne esce diventa il lume devoto in onore alla Madonna. Dal lato opposto s’intravede un futuro assai lontano, nebuloso come un miraggio, più che una speranza, ma che pure fomenta un desiderio.

Attorno al tavolo, su cui pende minacciosa una sopressata gigante, che dà immediata collocazione in un sud ben al di sotto di Eboli, i tre simboleggiano anch’essi il tempo: il pater, Ovidio, padre padrone, rappresenta il passato con le sue chiusure, le sue severità vuote e colorite, le paradossali paure per l’estero, l’avversità nei confronti della capitale, città pericolosa e perversa; il figlio diciannovenne, Genesio, vede uno spiraglio di salvezza nel domani, lontano da casa, e, per convincersi che la fuga (più che la partenza) possa avverarsi, s’è imposto un fioretto rinunciando al vizio del fumo; infine la mater, Guglielma, è il presente e, in quante tale, deve tacere sempre, anche quando risponde alle domande che le vengono poste; il suo unico cruccio è la tiella, una padella, che prestò anni prima e che non le fu mai restituita. La padella è quella sacrificale, quella annerita dalle fatiche di tutti i giorni, unica attività feconda che governa le giornate: cucinare lo stocco in tutte le salse.

24 febbraio 2026

«Postremos» di E. Agnesa e X. Dule (regia, Stefano Sabelli)


Roma, Teatro Belli
22 febbraio 2026

«IL CALAPRANZI» IN VERSIONE TROPPO SERIOSA

Nel 1957 Harold Pinter scrive The dumb waiter, che letteralmente significa il montacarichi, parola che nelle traduzioni ufficiali è stata mutata in Il calapranzi (quel piccolo ascensore che dalle cucine sotterranee dei ristoranti porta le vivande al piano dov’è la sala). Protagonisti sono Ben e Gus, e il dialogo che l’autore costruisce rimanda, per tempi e situazioni assurde, alimentate perdipiù da una fortissima componente grottesca, alle vecchie comiche di Stanlio e Ollio. Sin dai primi movimenti descritti nella lunga didascalia iniziale si intuisce che nulla può essere realistico: è, infatti, suggerito che Gus si sfili una scarpa e ne tragga una scatola di fiammiferi. Un’indicazione ben precisa, mi pare! Atmosfera e contesto sono il quadro paradossale di un umorismo nero: ma lo si scoprirà soltanto verso il finale, quando si capirà che i due sono sicari.

23 febbraio 2026

«Come sedurre un femminista» di Samantha Ellis (regia, Susy Laude)

«Come sedurre un femminista» di Samantha Ellis (regia, Susy Laude)

Roma, Sala Umberto
21 febbraio 2026

I DOGMI INGLESI DELLA SIGNORA ELLIS

Quest’estate, in territorio neutro, l’amico inglese di un conoscente transalpino, avendo saputo la mia città d’origine, si mise a elogiarne bellezze e caratteristiche. Al di là della ovvietà del mare very beautiful che bagna la Partenope e del sole incredible che delinea il profilo di Capri, lo straniero rimase colpito dalla casual elegance con cui la maggior parte dei conducenti dei motorini oltrepassava gli incroci stradali, incuranti del colore che offriva il semaforo. Osservò con una certa arguzia che la manovra, pur facendo parte di un riprovevole comportamento assai rischioso, in realtà denunciava una necessaria ribellione del popolo nei confronti delle regole. «Noi inglesi, per lo più, non siamo capaci di queste individuali e costanti manifestazioni d’indisciplina – diceva – che spesso critichiamo in voi italiani, ma, sotto sotto, vi invidiamo tantissimo perché sono sintomi di una libertà molto più spensierata di come invece la viviamo in Gran Bretagna. Per noi la libertà è sempre legata a principii dogmatici, etici, morali, dai quali non riusciamo a scioglierci e dai quali ci facciamo influenzare anche se scriviamo un messaggio sul cellulare.»

22 febbraio 2026

«Per sempre», di Alessandro Bandini (da Giovanni Testori)

«Per sempre» di Alessandro Bandini (da G. Testori)

Roma, Teatro Torlonia
21 febbraio 2026

SCINTILLANTE SINFONIA D’AMORE PER ALAIN

Non solo io, ma anche altri seduti in platea, all’inizio, si sono chiesti se sotto la camicia a quadri, la giacca di renna e la cravatta, Alessandro Bandini indossasse un paio di pantaloncini corti e attillati, oppure dei boxer; è certo che ai piedi non mancassero calzettoni lunghi e scarpe. Il dubbio nasce spontaneo a causa della frenetica corsa con cui l’attore raggiunge il palcoscenico attraversando la sala tra gli spettatori. Trafelato, febbrile, eccitato, intenso, il personaggio indiavolato corre (lo s’intuisce poco dopo) all’ufficio postale per recuperare la lettera quotidiana inviatagli dal suo amante parigino, o per spedire la sua a lui, tramite fermo posta. Per questa smania ansiosa di voler comunicare con l’altra faccia del proprio cuore, mi piace immaginare che Giovanni Testori sia uscito di casa dimenticandosi d’indossare i pantaloni: d’altronde la meravigliosa follia con cui Bandini rilegge a memoria la scintillante sinfonia dell’epistolario del poeta milanese ad Alain Toubas, conosciuto il 24 febbraio 1959, non potrebbe darmi torto.

21 febbraio 2026

«Le notti bianche» da Fedor Dostoevskij (regia, S. Cordella)

«Le notti bianche» da Dostoevskij (regia, Stefano Cordella)

Roma, Spazio Diamante
20 febbraio 2026

REGOLA NUMERO UNO:
VIETATO CORREGGERE DOSTOEVSKIJ

Un ragazzo entra in scena con un apparecchio per ascoltare le vecchie musicassette e immediatamente una voce registrata legge le prime righe del più famoso racconto di Dostoevskij, Le notti bianche, capolavoro del 1848, tratto «Dalle memorie di un sognatore», specifica il più grande scrittore russo e non solo. La citazione sonora è riportata con una variazione minima, ma non del tutto trascurabile, anzi molto significativa per comprendere l’operazione teatrale: nell’originale, sotto il cielo stellato e sfavillante di una incantevole notte pietroburghese, il narratore si chiede come possano «vivere uomini irascibili e irosi», mentre la drammaturgia di Elena Patacchini corregge in «uomini infelici».

20 febbraio 2026

«Torna fra nove mesi» di Evelina Buffa Nazzari (regia, A. Libri)

«Torna fra nove mesi» di Evelina Buffa Nazzari (regia, A. Libri)

Roma, Teatro Sophia
19 febbraio 2026

QUELL’AMORE CHE APPARTIENE SOLTANTO A UNA MADRE

Che il teatro sia un gioco ce lo dice chiaramente l’arte della recitazione che in molte lingue europee, e non solo, usa la parola giocare per definire l’interpretazione: jouer le rôle, spielen die Rolle, play the role, jugar el papel. Scopo di questo gioco è sempre la ricerca della verità in una realtà governata dalla finzione: ossia, il proseguimento, nel mondo degli adulti, del «facciamo finta che…» che i bambini usano per vivere qualcosa che è nel loro immaginario. Poniamo, invece, per una volta, che accada l’esatto contrario: che il palcoscenico diventi il luogo dov’è possibile rivivere la verità, dove la parola amore corrisponde al sentimento di chi prova quell’amore, dove la parola dolore corrisponde allo strazio che ancora brucia in cuor suo.

19 febbraio 2026

«Mein Kampf», uno spettacolo di e con Stefano Massini

«Mein Kampf» di e con Stefano Massini

Roma, Teatro Argentina
18 febbraio 2026

HITLER, O LA SEMPLICITÀ DEL POTERE

«Solo attraverso la conoscenza si può evitare il ripetersi della catastrofe», si legge nelle note che accompagnano lo spettacolo: con queste parole la Germania, ottant’anni dopo la fine della Seconda guerra, acconsente nel 2016 a diffondere Mein Kampf, il saggio biografico che Adolf Hitler scrisse durante la prigionia nel carcere di Landsberg, in seguito al tentativo di colpo di stato organizzato a Monaco di Baviera nel novembre del 1923. Per le stesse ragioni Stefano Massini trae dal volume, che in alcuni paesi, ancora oggi, è considerato illegale, un monologo teatrale denso di interesse storiografico in una cornice scenica assai scarna ma efficace ed elegante. Riadatta le memorie del futuro dittatore con altri testi esaminati, per rintracciare quel fascino che ipnotizzò milioni di tedeschi. Al di là della discussione su un eventuale ritorno della catastrofe nazifascista, e in quali forme potrebbe manifestarsi nell’odierna società, c’è da sottolineare il favorevole percorso che l’autore compie intorno all’importanza dei libri.

18 febbraio 2026

«Pinocchio. Che cos’è una persona?», scritto e diretto da Davide Iodice

«Pinocchio» scritto e diretto da Davide Iodice

Roma, Teatro India
17 febbraio 2026

L’ALTRA METÀ DELLA FAVOLA

Il Grillo parlante crocifisso al legno della sua storia

Il ciocco di legno c’è e alla fine è quel che resta in ribalta sotto le luci che lentamente cedono al buio, tra gli applausi scroscianti della platea, ma stavolta Pinocchio sa che deve fare un piccolo passo indietro per rimanere il simbolo della purezza di questa storia che non è tutta racchiusa in una favola. «Ogni favola è un gioco / che si fa con il tempo / ed è vera soltanto a metà…», cantava Edoardo Bennato, e Davide Iodice, un eroe, ci mostra l’altra metà, quella che favola non è, e che ogni giorno ci passa davanti agli occhi e quasi non ce ne accorgiamo. In scena, una decina (forse più) di ragazzi disabili, accompagnati soprattutto dalle mamme, ma anche da fratelli e papà, e sorvegliati a vista dai tutor, danno vita a un entusiasmante e commovente gioco teatrale sulla diversità e sul saper trovare, in questa, la serenità.

16 febbraio 2026

«La rigenerazione» di Italo Svevo (regia, V. Santoro)

«La rigenerazione» di Italo Svevo (regia, V. Santoro)

Roma, Teatro Quirino
15 febbraio 2026

GIOVANNI CHIERICI, PERSONAGGIO DI UN TEMPO TROPPO DISTANTE

Tra i temi fondamentali delle teorie letterarie di Italo Svevo c’è quella, più volte citata dallo stesso autore triestino, che tutti gli uomini debbano rappresentare la loro epoca e di conseguenza ogni personaggio descritto è una testimonianza del tempo vissuto. Ed è il motivo principale per cui le sue creature (a cominciare da Zeno Cosini) risentono di un passato difficile da rigenerare. Temo, tuttavia, che fare una critica aggiornata a Svevo sia del tutto fuori luogo: per quanto sia innegabile che faccia parte della schiera dei nostri maggiori scrittori del tardo ‘800 e primo ‘900, è altresì veritiero che la sua produzione teatrale è ormai legata a una certa vetustà di stile, di argomenti e di influenze. E oggi che anche le quote freudiane sono cadute in ribasso, se ne avverte ancor più l’anacronismo. Risulta addirittura arduo individuare una valida motivazione che giustifichi il nuovo allestimento de La rigenerazione (commedia del 1927) interpretata da Nello Mascia e diretta da Valerio Santoro.

15 febbraio 2026

«L’uomo di legno», scritto e diretto da Filippo Gili

«L’uomo di legno», scritto e diretto da Filippo Gili

Roma, Teatro Argot
14 febbraio 2026

GIANFRANCO COLTO DA IMPROVVISA «PRIMAVERA DELL’ASSENZA»

Commedia metafisica e dramma surreale. Il pregio della scrittura di Filippo Gili è l’immediatezza con la quale riesce a chiarire, in pochissime battute, il mondo artistico che lo spettatore si appresta a osservare. Come all’inizio di ogni favola, dove la narrazione è spesso onirica e inverosimile, una voce registrata annuncia che in quel momento «la morte ancora non esisteva, ma improvvisamente…» accade che un gruppo di falegnami, fino a quell’istante immortali, scopre che la vita più cessare. Ma prima di prendere coscienza con questo «strano» evento devono arricchirsi di nuova esperienza e soprattutto devono trovare inedite parole che possano descrivere il fatto affinché si possa raccontare. Così, anche la più crudele calamità della nostra esistenza si trasforma in un sogno umoristico, o, meglio, in una commedia che cerca di superare i limiti del razionalismo per esplorare le capacità umane: dal più complicato subconscio irrazionale all’elementare metodo cognitivo che si sviluppa durante l’infanzia, quando le scoperte avvengono di minuto in minuto.

13 febbraio 2026

«Giulietta e Romeo. Stai leggero nel salto», di Roberto Latini

«Giulietta e Romeo. Stai leggero nel salto», di Roberto Latini

Roma, Teatro Basilica
12 febbraio 2026

IL CORTO CIRCUITO TRA L’AMORE DI IERI E DI OGGI

Gli spettacoli di Roberto Latini più sono di nicchia e più diventano un rebus. Ma, anche nel rovello della soluzione, si intuisce che dietro le dune del criptico c’è un materiale – forse ancora in tempesta – interessante, che, proprio come un enigma andrebbe risolto per poterne svelare misteri e curiosità. Siccome stimo molto Latini, anche se stavolta ha esagerato un po’ troppo, e non sono uscito dal teatro pienamente convinto, proverò a decodificare l’enigma. L’autore scrive nelle note che si tratta di «un concerto scenico dalla tragedia di Shakespeare, costruito attraversando le poche scene in cui Romeo e Giulietta sono insieme». Sono cinque: il sonetto della mano del pellegrino, che è il primo incontro tra i due giovanissimi; la scena del balcone; il canto dell’allodola all’alba della loro prima (e unica) notte d’amore; il convegno da frate Lorenzo; e lo sfortunato appuntamento nella cripta.

12 febbraio 2026

«La principessa di Lampedusa» di R. Cappuccio (regia, S. Bergamasco)

«La principessa di Lampedusa» di Ruggero Cappuccio (regia, Sonia Bergamasco)

Roma, Teatro India
11 febbraio 2026

QUEI GATTOPARDI DISCENDENTI DEL VESUVIO E DELL’ETNA

Una decina d’anni fa, d’estate, in una località del Cilento, fui invitato da Ruggero Cappuccio per presentare una mia pubblicazione. Ovviamente arrivai sul posto con molto anticipo, e in un salone dall’aria medievale dell’antico palazzo nobiliare, mi fermai in chiacchiere con il mio ospite. Il discorso, passando per Luchino Visconti, scivolò su alcuni aneddoti intorno al Gattopardo (prima la versione cinematografica e poi il libro). Cappuccio ne descrisse quattro o cinque, e avrebbe potuto continuare fino a tardi se qualcuno non fosse venuto a sollecitare la nostra presenza giù in cortile dove il pubblico attendeva. Al di là dell’episodio personale che esula dalla recensione, ricordo perfettamente la passione che il fine dicitore mi aveva trasmesso narrandomi fatti di un mondo che lui conosceva molto bene. Attraverso le sue testimonianze storiche, piene di particolari emotivi, riuscì a trascinarmi tra principi e marchesi di una Sicilia da poco orfana del regno, e nella voce del narratore sentivo il caldo che soffocava quelle terre, il mare lontano, il sonno in cui pasceva l’aristocrazia e anche il frinire dei grilli, del quale sentivamo la vicina eco, che ci giungeva dalle finestre aperte, dei loro cugini cilentani.

11 febbraio 2026

«Casa di bambola, parte 2» di Lucas Hnath (regia, C. Zanelli)

«Casa di bambola, parte 2» di Lucas Hnath (regia, Claudio Zanelli)

Roma, Spazio Diamante
10 febbraio 2026

NORA, FEMMINISTA EMANCIPATA MA CON QUALCHE GRATTACAPO

La prima raccomandazione, se Alessandro Longobardi – patron dello Spazio Diamante – me lo consente, è quella di esortare lui e la sua équipe a tenere in scena questo gioiellino per almeno altri quindici giorni, oppure di riprenderlo al più presto: se la voce si sparge, se il passaparola corre, arriveranno le folle in via Prenestina. Non a caso la produzione che ha lanciato lo spettacolo a Broadway nel 2017 pretende in cartellone di essere citata, segno evidente che il prodotto è di prima qualità. Il testo di Lucas Hnath si aggancia a quello più famoso di Ibsen del 1879 che fece scandalo per i concetti femministi portati, allora, all’estremo: Nora si ribella al marito che la tratta come una bambola, facendola sentire chiusa nella prigione del matrimonio, quindi lascia il tetto coniugale, abbandonando i tre figli. «Madre snaturata», gridarono i critici (perché all’epoca era usanza che la prole restasse a carico del pater familias), ma molto più violente furono le reazioni in società.

09 febbraio 2026

«Vita del signor Molière» di M. T. Berardelli (regia, D. Capezzani)

«Vita del signor Molière» di M. T. Berardelli (regia, D. Capezzani)

Roma, Teatro Greco
8 febbraio 2026

PROVE CONTEMPORANEE DI UNA TRAGICA COMMEDIA

«Uno scrittore che non scrive sempre non è un vero scrittore; uno scrittore costretto al silenzio è un infelice». Sulla base di questo enunciato germoglia la Vita del signor Molière che Maria Teresa Berardelli trascrive liberamente per la scena dall’omonimo romanzo di Michail Bulgakov, raccontando, sì, la biografia del più grande drammaturgo francese, in una sequenza cronologica di quadri in cui i dialoghi condensano umori, pensieri e creazioni del protagonista, ma lasciando costantemente sullo sfondo l’abilità sopraffina di chi per respirare abbia necessità di scrivere. Su di un palcoscenico sgombro, dove soltanto un sipario grigio, in fondo, simboleggia un teatro e alcune poltrone da platea regalano, ai lati di una pedana, opportuno asilo agli interpreti in fase di riposo, si susseguono alcuni episodi della generosa e stravagante vita di Jean-Baptiste Poquelin, l’autore prediletto da le Roi Soleil.

08 febbraio 2026

«Regina madre» di Manlio Santanelli (regia, A. Ferro)

«Regina madre» di Manlio Santanelli (regia, A. Ferro)

Roma, Teatro Sophia
7 febbraio 2026

AL PARIONE, REGINA GIANNELLI PARLA ROMANESCO

Adattandolo dall’italiano al dialetto romanesco, Alessandra Ferro si cuce su misura, per sé stessa, il ruolo di Regina Giannelli, nome che Manlio Santanelli scelse per la protagonista di un dialogo, ormai famoso, tra madre e figlio in un testo del 1984: Regina Madre, di cui qualcuno ricorderà ancora una storica edizione interpretata da Isa Danieli con Roberto Herlitzka. La Ferro preferisce un linguaggio popolaresco assai comprensibile, moderno ma efficace ed affascinante, piuttosto che avventurarsi nelle più colorite locuzioni del Belli. Cura anche la regia, così è scritto in locandina, anche se si tratta di un allestimento molto elementare e statico: due poltroncine sul fondo e due sgabelli in proscenio, aiutano i protagonisti a mantenere le posizioni con una essenziale regolarità. Osservando lo spazio esiguo della scena del Teatro Sophia, al Parione, s’intuiscono bene le ragioni di questa scelta spartana che giustamente predilige le sfumature del duello verbale tra una madre ammalata, ma indistruttibile, e un figlio, già cinquantenne, che ha fallito sia in campo sentimentale che professionale.

07 febbraio 2026

«Orgasmo», scritto e diretto da Niccolò Fettarappa

«Orgasmo», scritto e diretto da Niccolò Fettarappa

Roma, Teatro India
6 febbraio 2026

L’AUTORE PREDICA BENE
MA IN SCENA SI RAZZOLA MALE!

Più del titolo è il sottotitolo che apre la porta della simpatia a un testo che Niccolò Fettarappa sembra aver scritto di getto spinto dall’anoressia sessuale che sta dilagando nel mondo tra le coppie. L’autore sembra guardare esclusivamente alle crisi coniugali, o comunque a quelle unioni stabili che cominciano il rapporto sotto i migliori auspici amorosi, e che nell’amplesso ritrovano intesa e serenità per proseguire insieme il cammino. Così in scena, su uno sproporzionato immenso letto a due piazze, lui e lei si danno rigorosamente le spalle, offuscati ciascuno dalle proprie preoccupazioni, dai propri malumori. I due non si parlano, non si guardano, e se ciò accade non è certamente per tentare un corteggiamento. Tutt’altro!

05 febbraio 2026

«Lungo viaggio verso la notte» di Eugene O’Neill (regia, Gabriele Lavia)

«Lungo viaggio verso la notte» di Eugene O’Neill (regia, Gabriele Lavia)

Roma, Teatro Argentina
4 febbraio 2026

Tracollo FAMILIARE TRA LE SBARRE DELLA MENZOGNA

Gabriele Lavia ormai ci ha abituato: quando si tratta di rappresentare un interno preferisce le linee diagonali, così le due grandi librerie, invece di stare sul fondo a far da muro e appesantire l’orizzonte scenico, si trovano sulla tangente di sinistra, e i libri, anche lassù in alto, sembrano scorrere più leggeri; così il divano non è posizionato fronte al pubblico, come quando alle riunioni familiari ci si sottopone alla foto ricordo ogni anno più piatta e triste, ma segue la direzione della stanza; così la scena sembra più lunga e i movimenti ingannano la ribalta, che gli attori sfiorano senza mai correre il rischio di coinvolgere nel dialogo gli spettatori delle prime file. L’idea della regia è tutta nella scena realizzata da Alessandro Camera: una sala spaziosa con divano, poltrone, lampade, sedie, tavolino e pianoforte. C’è tutto l’occorrente per trascorrere una giornata in famiglia rinchiusi da una possente simbolica cancellata che costringe i dannati in una gabbia.

04 febbraio 2026

«L’amore non lo vede nessuno» di Giovanni Grasso (regia, P. Maccarinelli)

«L’amore non lo vede nessuno» di Giovanni Grasso (regia, P. Maccarinelli)

Roma, Teatro Quirino
3 febbraio 2026

TRA CANTO E CONTROCANTO
LA NEBBIA C’È E SI VEDE PURE!

La nebbia si addensa già prima di raggiungere la platea. Soffermandosi a leggere il titolo, infatti, s’intuisce che L’amore non lo vede nessuno sintetizza in maniera piuttosto sbadata una celebre riflessione di Sant’Agostino, il quale dice, a proposito della natura spirituale e invisibile del sentimento più puro: «L’amore non si vede in un luogo e non si cerca con gli occhi del corpo. Non si odono le sue parole e, quando viene a te, non si odono i suoi passi». Giovanni Grasso scomoda il Santo d’Ippona per celebrare il capolavoro della banalità: in editoria sotto forma di romanzo (Rizzoli, 2024) e in teatro sotto forma imbarazzante. Probabilmente in cuor suo sperava in un atto di clemenza da parte del teologo, ma Sant’Agostino, invece – giustamente – l’altra sera, al Quirino, se è intervenuto, l’ha fatto per far saltare il segnale del microfono della protagonista. Ma il problema dell’amplificazione è stato minimo rispetto alla noia, alla pedanteria e alla ripetitività di quel che abbiamo assistito.

03 febbraio 2026

«Scende giù per Toledo» di G. Patroni Griffi (regia, A. Cirillo)

«Scende giù per Toledo», di G. Patroni Griffi (regia, A. Cirillo)

Napoli, Teatro Mercadante
1° febbraio 2026

«LO STILE DELL’ACQUA» DI ROSALINDA SPRINT

La recitazione in teatro è quell’arte che può far apparire autentica la finzione e finto il realismo. Nel caso di Scende giù per Toledo, riproposto per il palcoscenico da Arturo Cirillo, la realtà scenica, ossia la stanza che diventa il mondo dove agisce la protagonista del romanzo, si discosta totalmente dallo «stile dell’acqua» (come fu definito da Natalia Ginzburg, sul Corriere della Sera del 20 luglio 1975), tuttora innovativo, usato da Giuseppe Patroni Griffi per descrivere le stravaganze di Rosalinda Sprint, oggi il femminiello (impropriamente detto travestito) per antonomasia, ma ripreso dall’interprete con «caritatevole grazia» per spiare l’intimità del rapporto amoroso che lo scrittore stabilì con il suo personaggio al momento della creazione. Per tradurre quest’amore, l’autore scelse «la naturalezza – scrive la Ginzburg – e la semplicità. Ora se ne distacca e l’osserva, ora parla con la sua voce. Lo vive ora da fuori, ora da dentro, ora un po’ da lontano e ora da vicino. Si muove in lui e fuori di lui con grande libertà di movimenti e come a nuoto. La terza persona e la prima sono punti diversi ma vicini entro un medesimo specchio d’acqua».

31 gennaio 2026

«Destinatario sconosciuto», da K. Kressmann Taylor (regia, M. Massari)

«Destinatario sconosciuto» regia, Mario Massari

Roma, Teatro Altrove
30 gennaio 2026

L’AMICIZIA TRADITA TRA MAX E MARTIN

Scritto nel 1938 da Katherine Kressmann Taylor, il romanzo, in forma epistolare, divenne un best-seller soltanto nel 1999, tre anni dopo la morte dell’autrice. Contiene 19 lettere scambiate da due personaggi di fantasia che però vivono in una realtà storica che ormai ben conosciamo. L’idea di scrivere Destinatario sconosciuto nacque per una iniziativa di un gruppo di studenti americani i quali, poco prima dell’inizio della Seconda guerra mondiale, si convinsero che inviando lettere a conoscenti in Germania, in cui denunciavano la spietata politica di Hitler contro gli ebrei, avrebbero potuto dissuadere l’evolversi dell’antisemitismo. Ma le prime (e poche) risposte che giunsero in America furono allarmanti: non ci scrivete; questi non scherzano; finiremo noi nei guai. La notizia fu riportata da un quotidiano Usa e fu presa a pretesto dalla scrittrice per creare la storia tra Max Eisenstein e Martin Schulse.

29 gennaio 2026

«KR70M16», scritto e diretto da Saverio La Ruina

«KR70M16» scritto e diretto da Saverio La Ruina

Roma, Teatro India
28 gennaio 2026

KARAMU, NAUFRAGO SENZA NOME IN CERCA DELLA MADRE

E se vai scavando nel regno dei morti, troverai che c’è anche una lotta sul diritto alla sofferenza, vedrai coloro che sgomitano per accaparrarsi un posto sul gradino più alto del podio per aver partecipato alla tragedia più commovente, e ascolterai che, anche nell’Aldilà, ci si può rinfacciare la palma della Memoria più solida tra la shoah e il genocidio dei Tutsi. Sulla morte, i morti, possono dire quel che vogliono, è la loro materia, ma sul ricordo della mamma esiste un solo tormento che unisce tutte le anime di ogni cimitero del pianeta. Ed è questo il pensiero che addolcisce la scrittura che Saverio La Ruina dedica ai tanti che hanno perso la vita attraversando il Mediterraneo. In particolare, alle 94 vittime della sciagura del 26 febbraio 2023, quando in 180, a bordo di un caicco proveniente dalla Turchia, naufragarono non lontano dalle coste calabresi. La corrente marina spinse i corpi sulla spiaggia di Cutro, in provincia di Crotone, sigla KR.

28 gennaio 2026

«Con la carabina» di Pauline Peyrade (regia, Licia Lanera)

«Con la Carabina», di Pauline Peyrade (regia, L. Lanera)

Roma, Spazio Diamante
27 gennaio 2026

LA MEMORIA DELLA CARNE NON PERDONA

Con la carabina racconta di cose che accaddero anni addietro. Cose non belle, anche se al momento potevano sembrare bellissime, almeno per lui. Cose che accaddero tra lui e lei quand’erano adolescenti (forse anche meno), e non furono premeditate, non ci fu cattiveria, non ci fu imposizione, non ci furono minacce e non ci fu nemmeno violenza. Eppure, di violenza si tratta. Della violenza più subdola. Quella che s’insinua sotto la pelle del carnefice, ancora inconsapevole di quel che la natura gli sta imponendo, e con grazia stucchevole diventa ferro arroventato per la vittima nella quale lascia il segno indelebile per tutta la vita. Non è un ragazzino sbandato lui e nemmeno malvagio, ma è uno come tanti che non sa trattenere i suoi impulsi, e a cui nessuno gli ha insegnato a ragionare sull’istinto sessuale. E soprattutto mai nessuno gli ha detto che quelle cose devono essere concluse con reciproco entusiasmo.

27 gennaio 2026

«La donna fatale e Don Ferdinando Russo», articolo di Francesco Cangiullo

La carrozzella di Cicciotto vista da Francesco Cangiullo

Roma, Momento Sera
martedì, 1° agosto 1950

QUANDO IL POETA PERSE LA TESTA PER LA BELLA MALIARDA

Ritrovo casualmente in un vecchio libro di Ferdinando Russo un ritaglio di giornale che si concentra su un ricordo del famoso poeta napoletano, firmato da Francesco Cangiullo, scrittore e pittore suo conterraneo, il quale sin da giovanissimo partecipò molto attivamente al movimento futurista del Marinetti. Tra Cangiullo e Russo, una ventina d’anni di differenza d’età (l’autore di Scetate, molto ammirato dal Carducci, nacque nel 1866, mentre il Cangiullo è del 1884) si instaurò, a cavallo dei secoli XIX e XX, una reciproca stimabile amicizia. In quel periodo, a Napoli, Russo era ancora considerato l’antagonista storico di Salvatore Di Giacomo, sostenuto dal Croce, tuttavia, il suo carattere ribelle e fumantino e la sua schietta vulcanicità lo rendevano un beniamino del popolo. Abitava nella parte alta del rione Stella – sotto Capodimonte – in una villa che subito dopo la prematura scomparsa fu reputata «sacra» sede di preziosi cimeli: oltre che per gli scritti autografi dell’insigne, anche per l’eccezionale collezione di dipinti napoletani dell’Ottocento.

26 gennaio 2026

«Finale di partita» di Samuel Beckett (regia, G. Russo)

«Finale di partita» di Samuel Beckett (regia, G. Russo)

Roma, Teatro India
25 gennaio 2026

UNA CLAUSURA SEMPRE MENO ASSURDA

Prima dello spettacolo, in attesa di accedere alla sala, mi sono soffermato ad ascoltare un professore che accompagnava una sparuta scolaresca. Ragazzi di 16/17 anni ascoltavano increduli una delle tante parabole sulle intenzioni intellettuali che Samuel Beckett avrebbe disseminato nel testo. Negli anni passati il teatro dello scrittore, premio Nobel, è stato analizzato da fior di sapientoni ossessionati dal voler disvelare l’assurdo che si nascondeva dietro i personaggi, pensati dall’autore per esporre la sua visione su un’umanità per la quale non riservava alcuna stima. Dieci anni dopo «Aspettando Godot» (che è del 1947), l’irlandese scriveva Finale di partita. Sono i due testi chiave della sua produzione teatrale: quelli più dibattuti dalla critica letteraria e non solo. Queste esasperanti dissertazioni, le stesse che hanno spinto il professore ad avventurarsi su scivolose erte, hanno contribuito a rimescolare ancor di più le idee, le supposizioni, le citazioni e i riferimenti, e naturalmente a confondere i significati celandoli anche dietro ipotetiche, e non so quanto costruttive, partite a scacchi.

24 gennaio 2026

«L’anitra selvatica» di Henrik Ibsen (regia, T. Ostermeier)

«L’anitra selvatica» di Henrik Ibsen (regia, Thomas Ostermeier)

Roma, Teatro Argentina
18 gennaio 2026

IL BENE E IL MALE SULLA GIOSTRA DELLA FORTUNA

Non è la durata di circa tre ore che fa dell’Anitra selvatica di Ibsen, presentato all’Argentina, uno spettacolo pesante (tutt’altro, il tempo scorre con leggerezza e piacevolezza), piuttosto risulta assai faticoso leggere la traduzione simultanea dal tedesco, lassù, sopra l’inquadratura della scena. Ammetto che per seguire le battute, mi son perso molte sfumature interpretative e me ne dispiace: colpa mia che nel periodo scolastico mi sono applicato poco alle lezioni della lingua di Goethe. L’altra sera l’occhio saltava in continuazione da cielo in terra, e viceversa, per cercare di catturare quante più informazioni possibili, riuscendo soltanto nel finale a penetrare emotivamente la quarta parete per partecipare al dramma insieme con i protagonisti. Per la regia di Thomas Ostermeier c’era grande attesa che non è stata certamente delusa, ma nemmeno osannata. Il nome della Schaubühne è sinonimo di grande qualità, rispettata in pieno dalla prova attoriale. Tutti bravissimi, ma Marcel Kohler, nel ruolo di Gregers, il figlio del ricco proprietario, m’è parso il più raffinato e completo: un infelice ancora annebbiato dal dolore della morte della madre ingannata dal marito, che trova riscatto nel sollecitare ovunque e comunque la verità, tanto che sembrerebbe giunto, dopo anni di assenza, non dal distretto minerario dove lavorava nell’azienda paterna, ma da un seminario, pronto ormai a intraprendere una folgorante carriera da prelato.

23 gennaio 2026

«Lisistrata» di Aristofane (regia, E. Miscio)

«Lisistrata» di Aristofane (regia, E. Miscio)

Roma, Teatro Antigone
22 gennaio 2026

IL SESSO SIA CON NOI: ANDIAMO IN PACE!

Un invito a teatro per andare a vedere Lisistrata, di questi tempi, non si può rifiutare. L’idea di ritrovarsi di fronte a un gruppo di donne ben predisposte ai piaceri del talamo nuziale che, per la pace nel mondo, sono disposte ad affrontare un lungo periodo di astinenza sessuale è una pensata che avrebbe fatto arrossire finanche le belle corsare della Flotilla. Ed Emilia Miscio affronta l’adattamento del testo con l’arguzia e la determinazione di far sentire il peso del potere femminile rivolto al bene, quelle possibilità materiali che madre natura ha loro donato per ottenere qualunque cosa dall’uomo, perfino di smettere di «giocare» a far la guerra, dimostrando quanto Aristofane sia molto più moderno di noi. «Finiamola col distenderci a letto tutte profumate e truccate ad attendere i nostri uomini, indossando vestiti trasparenti – grida la protagonista alle sue seguaci – La salvezza della Grecia dipende da noi: dobbiamo rinunciare al sesso». In verità, la proposta non solleva immediati clamori. Le focose ateniesi rigettano il piano di castità: evidentemente non fa per loro. Invece, la bella spartana intuisce che dietro quel sacrificio c’è un’intenzione più grande: ottenere la pace nel mondo, sconfiggere la guerra. Ed è lei che convince le altre.

21 gennaio 2026

«Bubù Babà Bebé» di aa. vv. (regia, L. Lambertini)

«Bubù Babà Bebé» di aa. vv. (regia, L. Lambertini)

Roma, Sala Umberto
20 gennaio 2026

«IL TEMPO MANGIA OGNI COSA!»

Ieri sera alla Sala Umberto ho assistito a due spettacoli: uno fatto da Bubù e l’altro fatto da Babà. Un po’ slegati tra loro – gli attori – a volte colti dall’incertezza nei tempi e anche nelle battute, ma entrambi, siccome figli di una solidissima tradizione teatrale, mai si lasciano sopraffare dal panico, mai si abbandonano al buio delle nebbie. Quando si inciampa (e pochi se ne accorgono) ci si rialza immediatamente. È il mestiere che soccorre chi batte il palcoscenico sin dalla nascita. La padronanza artistica di Bubù gli consente di riempire la scena con un sorriso, di tenere il pubblico col fiato sospeso anche con un silenzio un po’ più lungo, mentre cerca nella memoria una parola che fatica a raggiungere le labbra, mentre ritrova il respiro fiaccato. Dall’altra parte l’irrefrenabile energia di Babà riesce a supplire a qualunque cedevole esitazione dello stanco Bubù. Babà canta e recita, mantiene la brace accesa sotto le poltrone degli spettatori, suggerisce, rimedia, incolla all’istante i pezzi che si staccano a vista dal collage appena abbozzato su cui i due personaggi si muovono. È proprio lei che nell’incertezza della nebbia trova lo spirito d’arrembaggio che riscatta se stessa e il compagno di viaggio.

20 gennaio 2026

«Tà-Kài-Tà» di Enzo Moscato (regia, F. Faliero)

«Tà-Kài-Tà» di Enzo Moscato (regia, F. Faliero)

Roma, Teatro Studio E. Duse
17 gennaio 2026

UNA ESERCITAZIONE A «SIPARIO CHIUSO»

Nel 2012 Enzo Moscato scrive un disarticolato testo teatrale dedicato a Eduardo De Filippo, nel quale sono evocati i suoi pensieri, i suoi dolori, i suoi sentimenti, le sue parole sparse (quelle che più lo hanno rappresentato nella vita e sul palcoscenico), riflessioni critiche mai esposte, ma eduardiane doc. Moscato recupera frammenti nella sua memoria rovistando in quelle valigie che Eduardo si apprestava a preparare, quando l’estrema vecchiezza gli suggerì una commovente poesia sulle consistenze della vita che a un certo punto rifiuta le tante inutili fesserie. Al grande pubblico che oggi affolla le platee, il testo di Moscato resta sconosciuto (fu rappresentato dall’autore una sola volta con Isa Danieli, poi non so, non trovo traccia di altre edizioni). Nell’originale, malgrado Eduardo si racconti in prima persona, prende consistenza un fatto nascosto, che pochi conoscono: è la figura di un innominato Pierpaolo Pasolini che «suggerisce» all’autore di titolare l’opera Tà-Kài-Tà, che nella lingua di Platone significa «questo e quello» e rimanda al titolo del film che PPP stava scrivendo sulla vita di San Paolo, poco prima di essere «brutalmente massacrato». Di quel progetto Pasolini già ne aveva parlato con Eduardo, il quale avrebbe dovuto partecipare alle riprese. «Chillo ha penzato a te, pecché nun ce sta cchiù Totò».

19 gennaio 2026

«Trappola per topi» di Agatha Christie (regia, A. Masullo)

«Trappola per topi» di Agatha Christie (regia, A. Masullo)

Roma, Teatro Ciak
18 gennaio 2026

UN ALLESTIMENTO DOVE REGNA IL RISPETTO PER L’AUTORE

Semplicità e coerenza ripagano sempre. Anna Masullo porta in scena un testo nel quale, giustamente, ha piena fiducia e non sente la necessità di adattarlo, di stravolgerlo, di aggiornarlo, di «renderlo fluido» (come ho sentito dire giorni fa per un altro lavoro): si affida alle indicazioni in didascalia di Agatha Christie, alle battute scritte (tradotte da Edoardo Erba) che sono la partitura della regia, e si lascia consigliare esclusivamente dal buon senso teatrale. Ne esce uno spettacolo più che decoroso, misurato e, siccome è un giallo, anche assai intrigante. Non ci sono sfarzi. Non ci sono colori azzardati (la scena, sobria, è di Michele Montemagno). Non ci sono toni eccessivamente imprudenti. Si avverte (con gioia) un’aria di competente rigore. I caratteri dei personaggi sono contenuti e ben identificabili. In ogni ambito regna il rispetto per l’autrice e per quell’allestimento che, a Londra, è in cartellone – ininterrottamente – dal 6 ottobre 1952, giorno del debutto. Soltanto il Covid è riuscito a interrompere le repliche dell’inossidabile The Mousetrap, Trappola per topi, capolavoro del genere poliziesco.

18 gennaio 2026

«Le volpi» di Franchi/Ricci (regia, L. Ricci)

«Le volpi» di Franchi/Ricci (regia, L. Ricci)

Roma, Sala Umberto
17 gennaio 2026

SI ATTENDE LA PROSSIMA PUNTATA!

Che i microfoni siano i peggiori nemici della recitazione è una mia convinzione (e chi mi legge se ne dovrà fare una ragione) e durante la rappresentazione dello spettacolo, visto alla penultima replica, di Lucia Franchi e Luca Ricci, ne ho avuto la prova. Quando anche qualcun altro si convincerà che un attore risulta più bravo, senza gli aiuti dell’amplificazione, perché la sua voce sarà senza dubbio più calda e pulita, allora si tornerà ad apprezzare certe sfumature quasi dimenticate. All’apertura del sipario, mentre sulla sinistra si nota una grande tenda bianca che ripara tre sedie e un tavolino (la scena è dello stesso Ricci che ha curato anche la regia), sulla destra, i tre protagonisti siedono su una panca rivolti verso la quinta opposta, in un atteggiamento che ancora non dichiara la loro presenza da personaggi.

17 gennaio 2026

«Battuage», Vucciria Teatro (scritto e diretto da J. Anastasi)

«Battuage», Vucciria Teatro (scritto e diretto da J. Anastasi)

Roma, Spazio Diamante
16 gennaio 2026

SPLENDORI E MISERIE DEL SESSO OCCASIONALE

Battuage è un termine gergale, coniato non molti anni fa, per definire, con la pretestuosa eleganza del francese maccheronico, quei luoghi pubblici dove gli amanti degli incontri occasionali consumano rapporti veloci e anonimi; dove solitamente gli uomini si appartano con altri uomini o con transessuali, a seconda dei gusti; e dove le coppie che praticano lo scambismo possono facilmente trovare discreti adepti ai loro piaceri; dove ogni tipo di torbida lussuria diventa lecita. Naturalmente, nelle aree di battuage (in cui ciascuno può battere gratuitamente) sono anche ammessi i professionisti del sesso di qualunque genere, così, in mancanza di prodigali opportunità, chiunque può, anche a pagamento, dare sfogo ai propri istinti e ai propri desideri.

16 gennaio 2026

«Wonder woman» di Latella-Bellini (regia, A. Latella)

Roma, Teatro Vascello
15 gennaio 2026

«UNO STILLICIDIO»

Bisogna riconoscere alle quattro interpreti la capacità di declamare un intero spettacolo come fosse il coro delle Eumenidi, sostenuto da un ritmo frenetico. Bravissime nell’esecuzione tecnica, nella ricercatezza delle tonalità, nelle variazioni scandite a tempo di metronomo. Una prova difficilissima, audace e perfettamente riuscita. Chapeau! Per il resto, che dire? L’argomento avrebbe meritato uno svolgimento meno cadenzato, meno numerico, meno ripetitivo, meno freddo, forse più teatrale, più umano, più consistente e soprattutto più aggiornato. Se si prende a pretesto un caso giudiziario dei nostri tempi, questo va esposto nella sua completezza; denunciare soltanto l’errore porta coloro che non sanno su una cattiva strada. Mostrare il solo lato negativo di una stessa medaglia, non è mai corretto.

15 gennaio 2026

«La chunga» di Mario Vargas Llosa (regia, C. Sciaccaluga)

«La chunga» di Mario Vargas Llosa (regia, C. Sciaccaluga)

Roma, Teatro India
14 gennaio 2026

LA FIDUCIA FEMMINILE DIVENTA L’ARMA DELLA VENDETTA

Nel 1986 Mario Vargas Llosa scrive due atti per il teatro ispirandosi alle atmosfere del suo secondo romanzo «La casa verde», pubblicato nel 1966, ricavando da quel groviglio di personaggi, i cui destini sono destinati a incrociarsi dopo aver condotto esistenze molto differenti, una storia densa di torbida umanità, condita dalla più bieca ambizione della miseria, quella di trovare molto denaro con il minimo sforzo. Tema principale è il maschilismo, che qui si scontra con il ruvido muro dell’omosessualità femminile. C’è molta violenza nelle parole e negli atteggiamenti dell’uomo, ma ci sono anche due figure di donne ben differenti tra loro: una indurita dalla vita e, per difendersi, inaridita nel sentimento; l’altra romantica e remissiva, quindi condannata a diventare schiava del suo aguzzino.

14 gennaio 2026

«Amleto²» scritto e diretto da Filippo Timi

Amleto², di Filippo Timi (© Annapaola Martin)

Roma, Teatro Ambra Jovinelli
13 gennaio 2026

C’È ANCORA DEL MARCIO IN DANIMARCA,
MA IN PLATEA È IL DELIRIO!

Di solito non leggo mai le recensioni di uno spettacolo prima di vederlo. Stavolta, nel cercare la fotografia che avrebbe corredato l’articolo, cliccando sull’immagine si è aperta una pagina scritta circa un anno fa. Una frase ha attirato la mia attenzione e l’occhio ha finito per cedere all’inganno. L’autore del pezzo, o ha assistito a uno spettacolo che io mi son perso, o s’è divertito a imbrogliare le carte. La critica, seriosa al punto da sfiorare la noia, ha accentuato il malinteso di base della messa in scena, un determinante vizio che nasce dal manifesto: è vero che il nome di Shakespeare non compare mai, ma (mi chiedo) è sufficiente un piccolo numero esponenziale, posto in alto a destra, dopo il nome di Amleto, principe, prima ancora che di Danimarca, della tragedia del teatro dell’era moderna, per giustificare un divertissement immaginato tra le atmosfere del varietà (teatrale e televisivo) e l’ambientazione circense? Non sto esagerando: in scena Amleto, o chi per esso, si trova dietro una gabbia, proprio come quella che, sotto il tendone, per anni ha protetto le belve feroci dalla stupidità del pubblico!

12 gennaio 2026

«Orlando» di Benedetta Nicoletti (regia, A. Cianca)

Roma, Teatro Tordinona
11 gennaio 2026

DISCORSO SUL MONOLOGO DEL SIGNOR PINCOPALLINO

Ho visto l’ennesimo monologo e il risultato, piuttosto infelice, mi offre l’opportunità di affrontare un breve discorso che da tempo bussa incessantemente alla porta della ribellione. Ho cercato di soffocarlo più volte questo grido per decenza, per rispetto, per «vediamo questo fino a dove vuole arrivare». Ebbene è giunto il momento di metterlo in chiaro, anche se il mio pensiero conta davvero poco rispetto agli utili vantaggi che un soliloquio contrappone a una commedia a più personaggi. Solitamente in un monologo non accade nulla, o quasi. Si ascolta una storia raccontata e raramente vissuta, in cui l’interpretazione del personaggio non sempre accompagna le emozioni narrate, perché non c’è confronto, perché manca la risposta che incalza e scuote l’animo di chi parla. Se ne accorse Eschilo, qualche anno fa, che i monologhi erano noiosi e trovò un rimedio efficace tanto da sfidare i millenni.

10 gennaio 2026

«Il gabbiano» di Anton Cechov (regia, F. Dini)

«Il gabbiano» di Anton Cechov (regia, F. Dini)

Roma, Teatro Argentina
9 gennaio 2026

PER FAVORE, SIGNORI REGISTI, NON «ALLIDIATEVI»

Sono convinto che una recensione debba cominciare col segnalare le caratteristiche più evidenti di uno spettacolo, quelle che maggiormente ne segnano stile e intenzioni di chi porta in scena un testo rilevante come Il gabbiano. Nelle note di regia Filippi Dini scrive che è la commedia «più contemporanea» di Anton Cechov, ed è vero. Anzi, aggiungerei che, per assurdo, oggi diventa anche la meno cechoviana tra quelle simboliche: si dice spesso, infatti, che nelle atmosfere delle sue ambientazioni, materiali e sentimentali, l’insostenibile peso del nulla determini i drammi, ma nella casa di campagna di Sorin, di fatti, invece, anche eclatanti, ne accadono molti, e infliggono ferite profondissime. Non c’è solo il gabbiano che «cade esamine al suolo, ma con lui precipita il destino» dell’intera umanità. Questa innovativa edizione, non priva di qualche incongruenza, pigia il pedale soprattutto sulla sovranità del trionfo della futilità; del cinguettio dei passeri – per dirla con le parole dell’autore – che volano «sopra un mucchio di letame». Cechov s’illudeva soltanto nel credere che l’uomo potesse diventare migliore «quando gli avremo mostrato com’è» attraverso il riflesso dell’arte «che non tollera la menzogna».

09 gennaio 2026

«Soft white underbelly» di Massimiliano Vado

Soft white underbelly, di Massimiliano Vado.

Roma, Spazio Diamante
8 gennaio 2026

IL LATO OSCURO DEL MONDO A STELLE E STRISCE

Massimiliano Vado, per adeguarsi ai tempi, ha avuto un’ottima idea: invece di portare in scena un solo monologo – poiché in questa stagione abbondano in ogni teatro – ne offre, in un unico spettacolo, «appena» undici. Ma c’è da dire pure che Vado, per non perdere l’occasione di sollevare polemiche, ha avuto anche un’ottima intuizione: mostrarci in questo modo l’altra faccia dell’America trionfante a stelle e strisce, non quella «bianca» e spaccona di Trump e Rubio che minacciano di andare a caccia degli ultimi orsi polari, ma quella più oscura di Skid Row, un quartiere di Los Angeles tristemente noto per la miseria, il degrado, la droga e la criminalità. Soft white underbelly, che non ha nulla a che vedere con il colore bianco, è un’espressione americana, assai in voga tra le ultime generazioni, che vuole indicare il lato nascosto delle cose: letteralmente, portare alla luce (white) dolcemente (soft) la pancia degli animali (underbelly) che solitamente è visibile soltanto dal basso. Tuttavia, Soft white underbelly è anche il nome del canale Youtube di Mark Laita, un attempato fotografo che va in giro a filmare ciò che vede nel quartiere di Skid Row, intervistando prostitute, tossicodipendenti, schizofrenici, balordi gangster, insomma vagabondi disturbati da ogni sorta di infelicità. Les épaves, direbbe Baudelaire, i relitti di una società nascosta che vive ai margini della civiltà. Ed è facile immaginare che in queste inchieste non c’è traccia di soft. Tutt’altro!

08 gennaio 2026

«Il medico dei pazzi» di Eduardo Scarpetta (regia, L. Muscato)

«Il medico dei pazzi», di E. Scarpetta. Regia di L. Muscato. Con Gianfelice Imparato

Roma, Teatro Quirino
7 gennaio 2026

SCIOSCIAMMOCCA RIPASSATO AL VAGLIO DELLA LEGGE BASAGLIA

Ricostruire la distribuzione di un simile adattamento è impresa eroica: la locandina esposta nel foyer del teatro riporta, come al solito in maniera assai superficiale, soltanto un oscuro elenco di nomi, e cercare di associare i visi – e quindi poter individuare l’interprete – a personaggi che perlopiù sono stati modificati dal testo originale diventa un lavoro snervante. E questo non giova alla recensione, che inevitabilmente risente di un peso e di una responsabilità che non spetta al critico. Se i produttori completassero al meglio le loro fatiche anche gli scritturati sarebbero più contenti: ciascuno guadagnerebbe la propria identità e avrebbe gli applausi o i fischi che merita. Affidarsi alla sapienza dei critici non è mai troppo saggio!

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