11 ottobre 2026

Riflessione su «La figlia di Kioto Zhang» (M. Odierna)

«La figlia di Kioto Zhang», scritto e diretto da Massimo Odierna

Roma, Teatro Belli
10 ottobre 2026

L’IMPORTANZA DI ESSERE IN PALCOSCENICO

Il giorno del mio 61° compleanno, approfittando di una comoda pomeridiana trasteverina, al Belli, sono tornato a rivedere La figlia di Kioto Zhang, un valzer scoppiettante di follie del nostro quotidiano, in cui, tra vizi, sconcezze ed esasperazioni, Massimo Odierna disegna, in stile caricaturale, la parossistica solitudine di una società allo sbando. Ma questo scritto non vuole aver la pretesa di essere una recensione, già pubblicata lo scorso giugno (leggere qui), quando vidi lo spettacolo sotto il capannone dello Spazio Recherche: sarebbe una ripetizione degli elogi già esposti all’epoca; vuole, invece, essere una riflessione sull’importanza dello spazio scenico.

10 ottobre 2026

«Anche in casa si possono provare emozioni forti», scritto e diretto da Caterina Filograno

«Anche in casa si possono provare emozioni forti», di Caterina Filograno

Roma, Teatro India
9 ottobre 2026

LE LACRIME DI SANGUE DEL MATRIARCATO

Visivamente Giuseppe Di Morabito realizza per Anche in casa si possono provare emozioni forti, spettacolo che apre la stagione del Teatro India, un ensemble di scene e costumi stilisticamente sofisticato e cromaticamente audace. Il risultato è eccellente: armonia ed eleganza passeggiano altere a braccetto sul palco, anche se il defilé delle modelle talvolta ruba la ribalta al carattere dei personaggi. Ciò accade perché il talento dello stilista viene lasciato libero di spettacolarizzare per sé, senza essere imbrigliato dalla mano di una regia più energica ed esperta; che, anzi, si lascia con compiacimento addomesticare dall’estetica e dal fascino. E proprio la forte impronta visiva fa venire a galla tutte le pecche di un testo parateatrale, più che teatrale, nonostante l’autrice firmi in locandina la «drammaturgia». Una drammaturgia che mantiene la classica patina della narrazione, entrando poche volte nel vivo di un dialogo più acceso. Sarà per questo che tra le cinque api regine, in scena, ho apprezzato molto i brevi interventi di Gloria Busti, la sorella minore un po’ «maschiaccia», vestita à la garçon, l’unica che portava un colore spontaneo alle parole, l’unica che ha usato la recitazione asciutta senza condirla con una gestualità artefatta e manieristica: per rimanere in tema, direi, démodé!

09 ottobre 2026

«Materiale rotabile» di Anonimo genovese (lettura)

«Materiale rotabile», di Anonimo genovese (LB 93)

Roma, Spazio Diamante
8 ottobre 2026

L’AVVOLTOIO E ALTRI EPIGRAMMI IN PROSA

Coinvolto da una sollecitazione amica ad assistere a un evento assai «raccolto», pensavo di trovarmi di fronte a qualcosa di teatrale, magari intimistica: d’altronde lo Spazio Diamante da anni ci ha abituato a novità, anche imprevedibili, ma certamente sempre attinenti al mondo del teatro. Per questo, forse, sono rimasto un po’ deluso: l’unico elemento davvero teatrale è stato un raffinato inedito fondale di Emanuele Luzzati, teso dietro ai leggii, sul quale, con il tipico tocco giocoso da illustratore, lo scenografo genovese sembra voler raccontare con un disegno d’animazione la sua città ai più piccoli. Ed ecco che tra le foglie di un grande albero centrale, dal sapor di cuccagna, si riconoscono la chiesa di San Matteo, la cattedrale di San Lorenzo con il leone disteso, Palazzo Ducale, la chiesa di San Pietro in Banchi, e in primo piano un Paganini con violino in spalla; in fondo, dopo uno squarcio di mare, s’erge la Lanterna e, se si osserva attentamente, da una piccola finestra che affaccia in uno dei caruggi, si scorge un viso piuttosto familiare: è un tenero autoritratto, in forma di caricatura, dell’autore. Il quale donò il prezioso telo a Rita Cirio, storica firma della rubrica dedicata al palcoscenico dell’Espresso di Zanetti, qui in veste di organizzatrice della lettura di Materiale rotabile, pubblicazione firmata in locandina da Anonimo genovese, ma sulla copertina del libro spicca la sigla LB 93, laddove le lettere corrispondono alle iniziali del nome dello scrittore, e il 93 è la data di nascita, 9 marzo. Altre informazioni sulla identità dell’autore restano accuratamente segrete.

06 ottobre 2026

«Il vecchietto dove lo metto», scritto e diretto da Veronica Meddi

La compagnia in posa per Tommaso Le Pera

Roma, Cometa Off
5 ottobre 2026

QUANDO IL TEATRO È ANCHE UMANITÀ E FRATELLANZA

Arrivano da dietro le quinte, dorate e un po’ kitsch come quelle che facevano da cornice a Liza Minnelli in calze velate e bombetta, ma loro, pur se curvi e tremolanti, chi appoggiandosi al bastone, chi al girello, chi al braccio della badante, cercano ugualmente con timida determinazione le luci della ribalta. Tutti con le parrucche canute, ma affatto stanche: la voglia di esibirsi vestiti e truccati da vecchietti è una novità troppo divertente e sincera da trasmettere fin sulle punte dei capelli (finti), con il proprio batticuore (quello vero) e teatrali ammiccamenti.

05 ottobre 2026

«Non comparse», scritto e diretto da M. De Pinto e S. Oppedisano

Marianna De Pinto e Simona Oppedisano (© ???)

Roma, Teatro Tor Bella Monaca
4 ottobre 2026

LA NEONATA REPUBBLICA CHE OSCURÒ LE NOSTRE EROINE

C’era una volta la Resistenza, quella partigiana, cominciata subito dopo l’8 settembre 1943, quella che al sud passò come una violenta ventata di sollievo con le truppe Alleate pronte a intervenire, mentre al centro della penisola, e soprattutto al nord, la lotta contro i nazisti costò la vita a oltre 40.000 patrioti, morti per riconquistare il Tricolore. Marianna De Pinto e Simona Oppedisano, insieme, con simpatia e preparazione documentata, portano avanti la loro lezione di storia volta a testimoniare la presenza attiva delle donne durante il movimento di Liberazione. Secondo i dati dell’Anpi, Associazione nazionale partigiani italiani, «le donne partigiane combattenti furono 35 mila, e 70 mila fecero parte dei Gruppi di difesa della Donna. 4653 di loro furono arrestate e torturate, oltre 2750 vennero deportate in Germania, 2812 fucilate o impiccate. 1070 caddero in combattimento.» Cifre che la Storia, soprattutto quella insegnata a scuola, troppo spesso dimentica, relegando le protagoniste di una importantissima pagina nazionale al ruolo di comparse: anzi, Non comparse, quindi nascoste; forse, per molte di loro, addirittura, mai apparse.

04 ottobre 2026

«Le supplici» di Eschilo (regia, A. Evangelisti)

 

Foto non di scena: (© Danilo Serreli)

Roma, Teatro Ateneo
Università «La Sapienza»
2 ottobre 2026

«ZEUS CI PROTEGGA DA UN MATRIMONIO ABOMINEVOLE»

Non si devono fare paragoni tra gli spettacoli – è regola fondamentale – anche se coordinati dalla stessa mano registica. Eppure, è proprio il ricordo del sorprendente «Edipo a Colono», ammirato esattamente un anno fa, sempre al Teatro Ateneo, che ha fatto crescere le aspettative per queste Supplici che Adriano Evangelisti porta in scena grazie a un folto gruppo di studenti universitari, di cui 17 si sono occupati della traduzione e 25 hanno dato vita alle voci in scena. E proprio i pregi che più avevano meravigliato lo scorso anno, stavolta sono parsi il punto debole: la pulizia e la precisione del coro. Pecca maggiormente insidiosa perché nella tragedia di Eschilo il coro è protagonista. Se manca la scansione precisa delle frasi, i suoni si impastano e si perde gran parte del dialogo. È vero che stiamo facendo il «contropelo» ad attori non professionisti, ma i colleghi universitari, reduci nell’ottobre 2025 dalle rovine di Colono, risultarono integerrimi sia nel ritmo che nella dizione del verso.

30 settembre 2026

«Tragudia», ideato e diretto da Alessandro Serra

«Tragudia» scritto e diretto da Alessandro Serra

Roma, Teatro Vascello
29 settembre 2026

IL CANTO GRECANICO DI EDIPO, UOMO GIUSTO

L’opera ideata e portata in scena da Alessandro Serra è un’implorazione disperata per la sopravvivenza dell’antichità, o forse addirittura dell’eternità, quella che molti chiamano mito, e che oggi giustamente si sente minacciata da eventi sovrumani che rischiano di annientarla. Dalle macerie di questa tragedia risorge Il canto di Edipo, come canto di un cigno millenario, a ricordare che egli fu l’uomo che ebbe il coraggio di riconoscere i propri errori, le proprie debolezze, giudicando severamente la viltà della propria superbia e delle proprie nefandezze. Edipo, quale atto di espiazione e riconoscimento della passata cecità morale e intellettuale, si acceca fisicamente e chiede di essere esiliato, sottomettendosi alle sue stesse leggi. In questo modo egli stesso santifica la Giustizia in omnia saecula saeculorum. In Tragudia (testo in cui le opere di Sofocle dedicate al figlio di Laio vengono fuse), Edipo diventa il prototipo dell’uomo giusto, colui che oggi è in via di estinzione.

27 settembre 2026

«Eneide: la tregua» da Virgilio (regia, M. Tarasco)

Il regista Matteo Tarasco durante le prove (© ???)

Roma, Sala Raffaello
26 settembre 2026

ANCHE VIRGILIO SA CHE LA PACE È NOIOSA

Matteo Tarasco, con La tregua, completa il laboratorio teatrale sull’Eneide, riproposto alla Sala Raffaello come un trittico, in cui vengono riletti alcuni canti del poema virgiliano. Dei tre, il sottoscritto ne ha visti due: in entrambi, le premesse annunciate dal regista, che firma anche la drammaturgia, sono rimaste disattese. Il progetto riporta come sottotitolo «Teatro della migrazione»: da questo concetto che vede Enea quale migrante che fugge dal disagio che offre la sua terra dopo l’incendio di Troia, si sviluppa il facile paragone con gli immigrati che oggi lasciano il proprio continente per raggiungere lidi più ospitali. Nelle intenzioni di Tarasco fa breccia anche la necessità per gli uomini di progredire grazie a un continuo movimento (vedi il viaggio di Ulisse, oltre a quello di Enea, fino a quello di Dante); inoltre punta il dito sulla crudeltà della guerra, di cui, però, il mito ne descrive da sempre gloria, eroismo e sofferenza.

24 settembre 2026

«Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde» (regia, Fabio Condemi)

Christian La Rosa (© Luca D’Agostino, Phocus agency)

Roma, Teatro Vascello
23 settembre 2026

IL DIALOGO MANCATO TRA MALE E BENE

La stagione di prosa del Vascello si apre con un monologo dal titolo altisonante, la cui fama gode di una dualità pari a quella dei fantomatici personaggi dello Strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde: da una parte il celeberrimo romanzo di Robert L. Stevenson, dall’altra il film di Victor Fleming (con Spencer Tracy, Ingrid Bergman e Lana Turner). Ma se la trasposizione cinematografica, benché fascinosa, tradì, e non poco, l’originale dimenticandosi del protagonista del racconto, questa versione per il palcoscenico, realizzata da Fabio Condemi, invece, viene condotta proprio come scritta dall’autore nel 1866. La narrazione, infatti, è affidata all’avvocato Gabriel John Utterson, interpretato con precisione chirurgica da Christian La Rosa, il quale più che portare avanti una bizzarra storia di un uomo malvagio che sovente sparisce nel nulla, tanto da farsi soprannominare Mr. Nascondino (in inglese Hyde suona come to hide, nascondere), preferisce lasciarsi andare a strane considerazioni sulla doppia personalità di ogni essere umano.

21 settembre 2026

Premiazione «Le Maschere del Teatro»: il commento

Le MAschere del teatro italiano 2026

Roma, Teatro Argentina
19 settembre 2026

L’INGIUSTIZIA PREMIA ELIO GERMANO

Con Serena Autieri a far gli onori di casa, la festa per il teatro italiano ha immediatamente preso un ritmo frizzante e uno spessore artistico che forse erano necessari alla brillantezza della kermesse. Bella ed elegante presenza, spontaneità e scaltrezza, voce canora straordinaria, tutte doti, a cui si è aggiunta un’insospettabile padronanza del mestiere di presentatrice, grazie alle quali ha saputo sciogliere col sorriso anche quei piccoli imprevisti che l’improvvisazione inevitabilmente crea. Attorno a lei un parterre di star nazionali e internazionali. Su tutti spiccava Giulia Lazzarini, un monumento in continuo movimento della scena nostrana anche con 92 primavere sulle spalle: vincitrice quest’anno della quinta Maschera, la seconda come attrice non protagonista. Accompagnata in ribalta, al momento della consegna del premio, da un altro decano e gigante del nostro teatro, Gabriele Lavia, ormai habitué della premiazione, applauditissimo anche lui, l’attrice ha dedicato il successo a tutti coloro con cui ha lavorato (e non son pochi) «e con cui lavorerò», ha aggiunto con la pervicace forza dell’ironia.

20 settembre 2026

Le Maschere del Teatro italiano: i vincitori 2026

Francesco Rocca (presidente Regione Lazio) e Serena Autieri (foto fn))
Robert Carsen

Roma, Teatro Argentina
19 settembre 2026

CON ROBERT CARSEN TRIONFA «ANTIGONE»

La XXIII edizione delle Maschere del teatro italiano ha festeggiato sabato sera la consegna dei premi. La kermesse è stata presentata da Serena Autieri che, con Antonio Bannò, ha accolto sul palcoscenico dell’Argentina i finalisti che venerdì sono stati ricevuti al Quirinale per l’augurio del Capo dello Stato. Enorme l’affetto del pubblico romano nei confronti di Giulia Lazzarini che, ancora a telecamere spente (l’evento è stato poi trasmesso in differita su RaiUno), è stata salutata da un caloroso applauso seguito da standing ovation. «Dovevo venire a Roma per ricevere un applauso così affettuoso!», ha commentato l’attrice, classe 1934, giunta appositamente nella Capitale prima ancora di sapere d’aver vinto la sua quinta Maschera, la seconda come non protagonista per «Miracolo a Milano». Rammarico per l’assenza di Umberto Orsini. (fn)

Di seguito l’elenco delle terne con i vincitori in neretto:

20 luglio 2026

S’è chiuso il Campionato mondiale di calcio 2026

Finale mondiale calcio: Spagna-Argentina

Erbalunga, 19 luglio 2026

L’AMARO ADDIO DEL CAMPIONE

Lionel Messi non ha ripetuto la storica impresa, riuscita solo a un manipolo di brasiliani (tra cui Garrincha, Didì e Vavà nel 1958 e ’62), di alzare al cielo la seconda Coppa in due edizioni consecutive del Campionato mondiale di calcio. L’Argentina torna a casa con un bagaglio di lacrime: il suo eroe era lì a un passo dal traguardo, aveva trascinato la squadra alla finale dopo alcune, le prime, prestazioni eccellenti, poi però sempre più spente e pigre. L’Albiceleste, è vero, ha avuto un cammino più leggero rispetto ad altre nazionali, ma ha sempre dimostrato d’essere una formazione comunque all’altezza della competizione. Tuttavia, è stata segnata da un’impostazione molto altalenante: ottime giocate, magnifica organizzazione tattica, ma anche tanta stanchezza che lungo il percorso verso la finale è costantemente cresciuta. E, diciamo la verità, la stanchezza nasceva proprio dai piedi di Messi, il quale nelle ultime tre partite lo si è visto quasi sempre camminare e aspettare che il pallone lo raggiungesse per mettersi in moto.

27 giugno 2026

«Platonov» di Anton Cechov (regia, P. Stein)

«Platonov», di Anton Cechov. (Regia, P. Stein)

Lo spettacolo che ha debuttato, in prima nazionale, al Festival dei Due Mondi (Spoleto) il 26 giugno è stato visto dal sottoscritto il 20 giugno scorso in prova generale, al teatro della tenuta umbra di San Pancrazio di Peter Stein.

L’AMORE, CHE INFERNO!

Peter Stein, grazie all’esperienza che ormai gli appartiene, sposa con semplice familiarità il teatro di Anton Cechov tanto da coglierne con eleganza tutti i sottintesi drammatici e al contempo ironici, che finanche Stanislavski ne sarebbe invidioso! In quest’ultima fatica il regista tedesco ha fatto di una trama dall’impronta prettamente drammatica, quale è il Platonov, una commedia ironica sui difetti della società e sui vizi della gente. L’autore compose il testo, che è tra i meno rappresentati della sua opera, a soli vent’anni, tra il 1880 e l’81, e – in verità – risente di qualche esuberanza di scrittura giovanile: troppi i personaggi che non hanno uno sviluppo continuo e un po’ vengono dimenticati, qualche eccesso nei caratteri (come il pianto imposto alla figura di Maria Efímovna), qualche ripetizione che ingabbia perfino il protagonista, e soprattutto la lunghezza del testo che giunge alla conclusione dopo quattro atti, di cui il primo potrebbe tranquillamente vivere da solo come atto unico e nemmeno breve.

19 giugno 2026

Una serata con Paolo Castrignano, chef a Trastevere

Roma, 18 giugno 2026

SIGNORI, LA «SANTA CUCINA» È DI SCENA

Lo stimolo per intervistare uno chef è arrivato appena ho varcato la soglia del ristorante, un luogo dove non ti aspetti di trovare la stessa situazione di quando entri dal fondo di una platea che di fronte offre la visuale del palcoscenico e l’occhio già mira, con lo sguardo della memoria, a una nuova edizione di Sabato, domenica e lunedì: «Ampia e linda cucina», scrive Eduardo nella didascalia di apertura. Non si nota, però, la presenza di Rosa Priore che prepara il ragù, ma al suo posto una squadra di cuochi è alle prese con le più svariate preparazioni. Dalla porta d’ingresso della sala del Cecilia Santa Cucina, mentre si viene catturati dal rito dell’accoglienza – solitamente è Fabio che porge il benvenuto per accompagnare i clienti al posto, pardon, al tavolo – s’intuisce infatti che lì, la rappresentazione è cominciata già da un po’, ma il concetto del ritardo è abbastanza effimero. Solo una vetrata, come fosse la quarta parete, separa la zona dei fornelli dalla platea. È teatro vivo, realistico, anzi iperrealistico, perché anche i profumi fanno parte della regia. Scorgo le bottiglie di vino sulla sinistra, ma mi incuriosiscono i ripiani di marmo sostenuti da vecchi tavolacci restaurati su cui si mangia. È un arredamento insolito, rustico e raffinato, pieno di fascino. Siamo nella vecchia Roma popolare di Trastevere.

17 giugno 2026

Commento alle terne. Le Maschere del teatro italiano 2026

Roma, Teatro Argentina
15 giugno 2026

CARO UMBERTO, QUESTO PREMIO È TUO, TI SPETTA

Fossimo agli Oscar, oggi il nome di Arturo Cirillo sarebbe su tutti i siti del web, e con pieno merito: 7 candidature sono tante, ma Le false confidenze di Marivaux, che con maestria l’artista ha saputo portare in scena, le reggono benissimo in ogni categoria assegnata: dalle luci alle musiche, dalle scene ai costumi, fino all’attrice protagonista (la sorprendente Elena Sofia Ricci), regia e miglior spettacolo; anzi, per me, manca all’appello anche quella dell’attrice non protagonista, che davo quasi per scontata. A tal proposito, in questa categoria, vorrei sottolineare la presenza, sostenuta a maggioranza, di Anita Bartolucci, non nuova nella triade delle Maschere, premio che ha già vinto due volte, sfiorando anche il podio nella categoria superiore: messa a dura prova in un ruolo di un carattere del teatro di Eduardo, è riuscita a sopperire, lei che è marchigiana, alle difficoltà del dialetto inventandosi un’eleganza nei gesti e una fioritura nella dizione, queste sì, tutte partenopee. Stesso discorso, anche se con sfumature differenti, vale per Paolo Serra, il ragioniere che porta lo scompiglio in casa Priore. Sono i punti di forza, insieme con il protagonista Claudio Di Palma (ben 10 votazioni su 15 a suo favore), che hanno sospinto le 4 candidature di Sabato, domenica e lunedì, regia di Luca De Fusco. Il quale, doveroso dirlo, promosso anche tra i migliori registi, da patron della kermesse, ha declinato l’invito a partecipare alla premiazione, lasciando gareggiare la sua opera come Miglior spettacolo, insieme all’outsider Antigone, firmato da Robert Carsen. C’è chi mormora che sarà proprio quest’ultimo il più temibile antagonista, tuttavia è anche il meno visto.

16 giugno 2026

Le Maschere del Teatro italiano. Le terne 2026

Roma, Teatro Argentina
15 giugno 2026

7 CANDIDATURE PER LE «CONFIDENZE» DI CIRILLO

Si è svolto ieri pomeriggio l’incontro per stabilire le terne dei migliori della stagione teatrale sulla quale è appena calato il sipario. La giuria della XXIII edizione del premio Le Maschere del teatro italiano, presieduta da Gianni Letta, e composta quest’anno da Giulio Baffi, Caterina Barone, Donatella Cataldi, Franco Cordelli, Masolino D’Amico, Elio De Capitani, Giuseppe Dipasquale, Titti Foti Giuliani, Katia Ippaso, Tommaso Le Pera, Laura Novelli, Michele Sciancalepore, Francesco Siciliano (Presidente della fondazione Teatro di Roma) e dal sottoscritto, si è data appuntamento sul palcoscenico del Teatro Argentina (ospite del patron della kermesse e direttore dello stabile romano, Luca De Fusco) per decretare i magnifici 3 per ciascuna delle 13 categorie. Le terne finaliste passeranno successivamente al vaglio di una giuria popolare, formata da oltre mille operatori culturali e abbonati dei Teatri nazionali, che designerà i vincitori. La premiazione si terrà sempre al Teatro Argentina il 19 settembre prossimo (h. 19.00), e verrà trasmessa in differita su Raiuno in tarda serata.

07 giugno 2026

«La figlia di Kioto Zhang», scritto e diretto da Massimo Odierna

«La figlia di Kioto Zhang», scritto e diretto da Massimo Odierna

Roma, Spazio Recherche
6 giugno 2026

«BENVENUTI IN QUESTO PAZZO MONDO»

D’altronde ero stato avvertito senza fraintendimenti: «Vieni, spettacolo bello pazzo!» E la follia non s’è risparmiata, anzi, ha dato il meglio di sé ruotando vorticosamente intorno a un perno centrale nemmeno troppo solido. Una storia che si basa sulla disperata ricerca di un’immagine favolistica, la dolce Noa, il desiderio di un amore impossibile, ossia La figlia di Kioto Zhang, il temibile capo delle guardie imperiali; fanciulla incantevole le cui sembianze, dice Libero innamorato, ricordano le «famose» ceramiche di Catanzaro e i «celebri» arcobaleni di Pechino: goliardiche trovate molto distanti da qualunque riferimento finanche surreale. Per fortuna, «le lacrime di minchia» ci riportano con i piedi a terra nel nostro mondo, al nostro tempo sconclusionato, dove tutto diventa esagerazione e volgarità. Esiste, però, in teatro, un tipo di volgarità talmente fantasiosa e sfacciata da superare il limite di qualsiasi pudore e conquistare il fascino della risata e della fiducia. Pertanto, la quotidiana volgarità detestabile che, invece, incontriamo per strada, al bar, al ristorante, quella fastidiosa che sembra inseguirci ovunque travestita da umana irrazionalità, quell’altra ancor più noiosa offerta dalla telespazzatura, trova in questa (che è teatralizzata) la sua bella copia, ardita e fantasiosa, che ne è la parodia, in cui anche le espressioni più grevi e colorite esplodono come ricami artificiosi di un ingegno.

05 giugno 2026

«Il pedagogo dell’infame», scritto e diretto da Riccardo Cacace

«Il pedagogo dell’infame», scritto e diretto da Riccardo Cacace

Roma, Teatro Tordinona
4 giugno 2026

HITLER E GOEBBELS HANNO UN’ANIMA. MA È TEATRO!

Triste premessa. Esistono spettacoli ben scritti, magnificamente recitati, egregiamente allestiti che rappresentano, come fiore all’occhiello, l’ingiustizia del nostro sistema teatrale. Lo scorso anno – sono ormai trascorsi 13 mesi – Il pedagogo dell’infame, scritto e diretto da Riccardo Cacace, esordì allo Spazio Diamante (in forma di studio o, se preferite, di corto teatrale) al festival Indivenire diretto da Giampiero Cicciò e patronato da Alessandro Longobardi. Fu immediatamente notato e sostenuto dall’intera giuria (di cui allora facevo parte), e fu premiato, senza troppi indugi, come Miglior spettacolo, col maggior riconoscimento anche al Miglior attore (Marco Gualco). Sappiamo bene che, di questi tempi, vincere una kermesse (qualunque essa sia) non è sempre sinonimo di garanzia di qualità: eppure, a volte, pregi e valori riescono a consistere tanto chiaramente in un progetto che ci si aspetterebbe che la stagione successiva il vincitore meritasse palcoscenici più gratificanti e anche qualche sostegno economico più congruo. Invece, per come vanno le brutte faccende del teatro indipendente, eccoli, Riccardo e Marco, ancora vincolati alle dipendenze e agli incastri di un festival che, dopo un anno, a fine stagione cerca di sostenerli e di dar loro una vetrina con una sola replica romana.

04 giugno 2026

«Circle mirror transformation» di Annie Baker (regia, Valerio Binasco)

«Circle mirror transformation» di Annie Baker (regia, Valerio Binasco)

Roma, Teatro Argentina
3 giugno 2026

ESERCIZI DI STILE ALLA RICERCA DELLA SATIRA!

Prima mi tolgo un fastidioso sassolino dalla scarpa. Annie Baker, tra le più autorevoli drammaturghe contemporanee statunitensi, già vincitrice di un Pulitzer nel 2014, nelle note di apertura a Circle mirror transformation, avverte registi e attori che si accingono a dar vita alla sua opera di «rispettare le pause e i silenzi di questa pièce. […] Senza i suoi silenzi diventerebbe una satira, mentre si spera possa essere una piccola meditazione naturalistica sul teatro, la vita, la morte e il passaggio del tempo». Già la pretesa di voler meditare su teatro, vita, morte e passaggio del tempo (argomenti filosoficamente abbastanza impegnativi e molto dibattuti) preferendo, alle parole, pause e silenzi sembra appartenere più al mondo della satira che a quello del dramma. Se qualche insegnamento a riguardo ci è pervenuto dagli antichi pensatori greci, che molto amavano discettare su questi temi universali, lo dobbiamo grazie alle loro parole, ai loro scritti: certamente non siamo stati educati né dai silenzi né dalle pause di quei saggi che precedettero la venuta di Cristo. Se poi la Baker, evidentemente erede di quella ricerca di intima elevazione e folgorazione interiore tipica della beat generetion di Kerouac, pretende di sostituirsi ad Eraclito, Platone e Aristotele con pause e silenzi è liberissima di sperare nella sua «piccola meditazione naturalistica».

01 giugno 2026

«Amleto» di W. Shakespeare (regia, Luca Ariano)

«Amleto» di W. Shakespeare (regia, Luca Ariano)

Roma (Labaro), Studi Cine Lab
31 maggio 2026

LA COSCIENZA DEL PRINCIPE È UNA E TRINA

Che le letture critiche del testo più famoso del Bardo fossero più d’una, e talvolta anche controverse, lo sapevamo e ce n’eravamo fatta una ragione mettendoci in pace con noi stessi e soprattutto senza voler contraddire nessuno degli autorevoli studiosi shakespeariani; che nel personaggio di Amleto soggiornassero indefiniti dubbi che  al contempo lo sostengono e lo infragiliscono in ogni istante del suo travaglio, e che questi potessero essere osservati da diverse prospettive, anche, è stato motivo di rassegnazione intellettuale; ma che tre di queste sfaccettature psicologiche, forse addirittura psicoanalitiche, del Principe di Danimarca potessero prendere consistenza scenica e diventare una coscienza in carne ed ossa, spaccata in tre parti, in cui ciascuna dialoga con le altre, questo, sì, è davvero sorprendente.

31 maggio 2026

«Ago, capitano silenzioso», scritto e diretto da Ariele Vincenti

«Ago, capitano silenzioso» scritto e diretto da Ariele Vincenti

Roma, Teatro Vittoria
30 maggio 2026

«IL SILENZIO È UN’OCCASIONE PER ASCOLTARE»

«Oh Agostino, Ago, Ago, Ago, Agostino gol». Al termine della rappresentazione, lo storico incitamento che per anni ha osannato il capitano della Roma dello scudetto di Falcao, di Pruzzo, di Conti, parte da una sola voce, ma in un attimo il coro si espande all’intera platea, come accadeva (quasi cinquant’anni fa) allo Stadio Olimpico. Qualcuno, durante il nostalgico entusiasmo, solleva le vecchie sciarpe con i colori della Magica, un po’ sbiaditi dal tempo, ma ancora vessilli di una fedeltà incrollabile. È il momento in cui si capisce che Ariele Vincenti, con un monologo, da lui scritto, diretto e interpretato per ricordare Agostino Di Bartolomei, è riuscito a portare in teatro una ristretta brigata di rappresentanti della Curva Sud, autentici Ultrà, ora coi capelli bianchi, ma da sempre con il cuore «mezzo giallo e mezzo rosso». Tra loro anche Antonio Bongi che, a soli 14 anni, nel ’72, fondò il gruppo dei Boys, sostenitori assiepati nella Nord, e che fu tra coloro che nel ’78 rubarono ai tristemente famosi Hooligans dei Reds il ritmo con cui inneggiare Ago, colui che a breve sarebbe diventato il capitano.

28 maggio 2026

«Le notti bianche» di F. Dostoevskij (regia, Lucia Rocco)

«Le notti bianche», di F. Dostoevskij (regia, Lucia Rocco)

Roma, Teatro Torlonia
27 maggio 2026

INTIMA RAPPRESENTAZIONE DELLA MORTE DI UN SOGNO

Concetto fondamentale che il sognatore, protagonista de Le notti bianche, confessa alla giovane Nasten’ka durante la seconda notte, quando il dialogo si fa più denso, riguarda la differenza tra la vita insulsa della gente comune, che mai si spezzerà all’improvviso, e la brusca fine dei sogni, condannati invece a svanire in un attimo. Dostoevskij lo fa dire chiaramente al suo alter ego: «… anche i sogni muoiono!», intendendo che con la fine del sogno si spegne l’anima del sognatore, la sua fantasia, il desiderio, tutte quelle sensazioni che sono più vive ed eccitanti della realtà circostante. Lucia Rocco, che ha adattato il racconto con molta cautela e infinito rispetto per l’autore (tant’è che in locandina si legge che lo spettacolo teatrale è di Fiodor Dostoevkij, e non tratto da F. D.), da regista s’è lasciata guidare, per incanto, da questa indicazione, sottraendola alla narrazione, ma traducendola visivamente per la scena; cosicché l’intera rappresentazione gira intorno all’angoscia del più bel sogno che ineluttabilmente sta per spezzarsi.

15 maggio 2026

Chiacchierata informale sulle abusive intromissioni

Roma, 5 maggio 2026

«OLTRE QUARANT’ANNI DI GAVETTA: NON SE NE PUÒ PIÙ!»

L’incontro si apre con uno sbadiglio.
«Scusa, mi succede sempre quando sono nervoso.»
- E lo sei, ora?
«Da qualche mese, sì, costantemente.»
Lui, attore, sessant’anni passati («…da un bel po’, direi!»), oltre quaranta dedicati al palcoscenico («quarantacinque», sottolinea), ordina due caffè e, insieme al suo fisico corpulento, fa sedere sulla sedia il peso di un’inquietudine che lo rende apparentemente svogliato. «Ti ho chiamato io, sei mio ospite», bofonchia puntando un dito sul tavolo, come se volesse mettere un punto a un discorso ancora da cominciare. Eppure, da un paio di settimane, ha terminato una tournée di successo: dovrebbe essere quantomeno sereno.
«Non posso esserlo.», la risposta è perentoria.

14 maggio 2026

«Morte di un commesso viaggiatore» di Arthur Miller (regia, C. Sciaccaluga)

«Morte di un commesso viaggiatore» di Arthur Miller (regia, C. Sciaccaluga)

Roma, Teatro Argentina
13 aprile 2026

«GUARDA COME CI HANNO INGABBIATI!»

L’impronta fotografica che Carlo Sciaccaluga dà al suo allestimento di Morte di un commesso viaggiatore – tanto per far capire subito che sta viaggiando da solo, senza ingombranti rimembranze paterne (Marco Sciaccaluga ne diresse ben due edizioni) – è racchiusa nell’immagine iniziale, quando tutti gli attori, con il volto coperto, fanno capolino dalle quinte in attesa dell’arrivo di Willy Loman che giunge dalla platea. Lo osservano come automi silenziosi, come quei manichini con le teste bianche che De Chirico dipinse per rappresentare l’uomo moderno, privato della propria identità, a cui il nuovo sistema di vita ha oscurato la capacità di trasmettere emozioni. In questa giungla di sguardi che evocano mistero e solitudine, e che noi oggi conosciamo fin troppo bene, avanza l’ultimo naufrago dell’umana coscienza, stanco certamente di viaggiare a causa del suo sciagurato mestiere, ma la sua camminata si porta dietro una stanchezza molto più profonda, quella di un uomo che sente l’affanno delle forze che lo stanno abbandonando, della fatica che non riesce più a sopportare a causa delle continue mortificazioni che tenta di nascondere.

11 maggio 2026

«Ape regina» di Giorgia Cerruti (regia, Giglio/Cerruti)

«Ape regina» di Giorgia Cerruti (regia, Giglio/Cerruti)

Roma, Teatro Basilica
9 maggio 2026

QUANDO MOLLY BLOOM SCELSE BILLY WILDER

Giorgia Cerruti, oltre a essere un’ottima interprete, credibile finanche nelle situazioni più paradossali, come in questa Ape regina che ha scritto per se stessa, costruisce i testi avvalendosi di una notevole preparazione culturale. Per fortuna, la sua dote migliore, merito anche di Davide Giglio che qui l’ha diretta e ben protetta, è l’attenzione che pone per carpire la curiosità del pubblico, l’affascinazione che poi è quel linguaggio teatrale che più resta nell’occhio e nella mente dello spettatore. Una giornata per Molly Bloom, che è il sottotitolo della sua ultima fatica romana (la Piccola compagnia della Magnolia è di Torino) proposta al Basilica per due sole repliche, è un monologo assai complesso da decodificare, tuttavia scorre bene, pieno di fascino, di malinconie e azzardi elargiti con eleganza e grande leggerezza e ironia: quel che basta per fare del buon teatro. Perché anche se non si comprende facilmente tutto il lavoro che c’è dietro la facciata, e che il nome di Molly Bloom lascia intuire, l’emozione per una liberazione di un animo femminile raggiunge con chiarezza e determinazione tutta la platea.

10 maggio 2026

«Opera Pia» di Gianfranco Vergoni (regia, Nicola Pistoia)

«Opera Pia» di G. Vergoni (regia, N. Pistoia)

Roma, TeatroSophia
9 maggio 2026

LOREDANA, LEONESSA DA PALCO

Ribadisco, se ce ne fosse bisogno: ogni qual volta vado a vedere un monologo, mi prudono le mani. E la performance di Loredana Piedimonte mi ha confermato che il mio non è un pregiudizio, ma un malessere che deriva dalla consapevolezza che i monologhi sono quasi sempre un ripiego artistico per chi potrebbe offrire molto di più, per chi sa che l’arte teatrale porta la cifra universale di Euripide, di Shakespeare, di Cechov (e l’elenco completo, per fortuna, è molto più lungo). Non me ne voglia Gianfranco Vergoni, autore di questo delizioso racconto di pene d’amor assai dibattuto, non è a lui che rivolgo la critica, anzi, ce ne fossero di storie così dense, spiritose e drammatiche! Senonché, la mia sensazione ribelle ha origine molto più complessa.

09 maggio 2026

«La festa» di Manzan/Placidi (regia, L. Manzan)

«La festa» di Manzan/Placidi (regia, L. Manzan)

Roma, Teatro India
8 maggio 2026

IL TEATRO BRINDA ALLA GEORGIA

Leonardo Manzan, che è ancora molto giovane, già si potrebbe definire l’eroe delle imprese più difficili, quelle quasi impossibili. In questi ultimi anni si è cimentato in una collaborazione artistica in Georgia, dove indirettamente ha vissuto la crisi politica e sociale, che dal 2024 ha colpito il paese. A seguito, infatti, delle elezioni del 4 dicembre di quell’anno, giudicate dallo stesso ministro (europeista e indipendente) degli affari esteri, «illegittime», «anticostituzionali», «inaccettabili», le proteste nazionali sono sfociate in manifestazioni popolari represse che hanno portato a diversi arresti e moltissime restrizioni, tra cui la chiusura del New Theatre di Tbilisi, dove il nostro, appena un mese prima, aveva riallestito, in lingua georgiana, il suo «Cirano deve morire», scritto sempre in coppia con Placidi. «Nel dicembre 2023 – dice Manzan facendo un passo indietro – lasciavo un Paese in festa per l’imminente candidatura all’Unione europea, ma meno di un anno dopo ho ritrovato una nazione divisa. Dopo l’ultima replica del nostro spettacolo c’è stata l’ultima supra a cui ho partecipato. La gioia era mischiata alla rabbia e alla tristezza per ciò che i miei compagni rischiavano di perdere, e che poi hanno perso davvero: il teatro oggi è chiuso, un loro collega è in carcere, il direttore licenziato. Eppure, brindavano. Era una festa.»

08 maggio 2026

«Le baccanti» di Euripide (Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa)

«Le baccanti» di Euripide (regia, Marco Isidori)

Roma, Teatro Vascello
7 maggio 2026

ERANO MEGLIO QUANDO STAVANO PEGGIO!

Alla memoria s’affaccia, con pachidermica fatica, il ricordo di un incubo dei primi anni Novanta, quando un nuovo gruppo di teatro sperimentale, dal nome assai giocoso, Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa, si dilettava a esplorare i testi classici mischiando frasi e personaggi, inventando, con le parole, suoni frammentati che seguivano un’armonia più musicale (talvolta dodecafonica) anziché drammatica. Di drammatico, quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi, ci fu la categorica decisione del gran rifiuto. Da allora, mai più visti, son trascorsi 35 anni, molte guerre, tre nuovi papi, quattro presidenti della Repubblica: mi son chiesto, chissà se, a parte l’età, qualcosa è cambiato nel concepimento del teatro firmato Marcido? Purtroppo no, erano decisamente meglio quando stavano peggio! Quando, cioè, all’inizio della carriera, il loro approccio al palcoscenico aveva il sapore della novità, e i loro sguardi vivevano di qualche giustificata incertezza. Oggi tutto mi sembra più vecchio di allora, vecchissimo. Un teatro riesumato dalle polveri della naftalina. Una prova finita in tragedia che perfino Zeus sarebbe stato meno antiquato.

07 maggio 2026

«Le vacanze dei signori Lagonia» di Colella/Lagi (regia, F. Lagi)

«Le vacanze dei signori Lagonia» di Colella/Lagi (regia, F. Lagi)

Roma, Spazio Diamante
6 maggio 2026

«UN SOGNO SOTTO L’OMBRELLONE»

Qua e là, in questa immaginaria spiaggia deserta del nostro sud, bagnato dallo Ionio, si scorgono riflessi beckettiani. In scena pochi elementi: un ombrellone e due sedie, un secchiello con la paletta, un borsone pieno di oggetti e indumenti da bagno estivo, e una tanica; dal lato opposto la prora di un gozzo tirato a secco. Sin dall’inizio si intuisce che Le vacanze dei signori Lagonìa (cognome tipico del catanzarese, con accentazione piana) si svolgeranno in riva al mare in una calda giornata di sole; infatti, al momento opportuno, spunterà fuori un ventaglio gigante, sproporzionato per qualunque visione realistica, che palesa l’eccentricità della situazione dichiarandone lo stile dell’assurdo.

06 maggio 2026

«Prima del temporale», da un’idea di Umberto Orsini e Massimo Popolizio

«Prima del temporale» di Orsini/Popolizio

Roma, Teatro Argentina
5 maggio 2026

«TUTTI SCRIVONO UN MEMORIALE!»

«Grazie, Umberto, grazie»: il grido commosso di una spettatrice s’è innalzato più potente del tripudio finale che ha accompagnato l’ovazione per Umberto Orsini, alle prese con Prima del temporale. Dieci minuti di applausi scroscianti hanno salutato l’attore novantaduenne, compiuti poco più di un mese fa, a conclusione di una delle serate teatrali più emozionanti degli ultimi anni. Uno spettacolo che è stato un colpo al cuore per gli amanti del teatro, ma soprattutto per coloro che hanno conosciuto, apprezzato e accarezzato l’idea di un teatro che non esiste più, e di cui oggi si ascoltano gli echi di chi all’epoca c’era. Umberto Orsini quel teatro l’ha vissuto da protagonista, ne ha goduto i giorni migliori, i più felici e facoltosi, i più spensierati e goliardici, ma anche i più densi di arte e di amicizie. Perché il teatro, quel teatro, s’è fatto così: sempre con arte, impegno, devozione e amicizia. Sempre. Oggi è rimasto lui tra gli ultimi testimoni di quell’aureo tempo e ieri sera ce ne ha voluto regalare una reliquia sotto forma di autobiografia, che oltre a essere un condensato di emozioni, è stato un grande insegnamento.

02 maggio 2026

«Tre sorelle» da Anton Čechov (di Liv Ferracchiati)

«Tre sorelle» da Čechov (regia, Liv Ferracchiati)

Roma, Teatro India
1° maggio 2026

OLGA, IRINA E MAŠA DIVENTANO TRE AUTOMI DELLA PAROLA

La riscrittura che Liv Ferracchiati propone delle Tre sorelle di Anton Čechov un po’ confonde gli animi dei personaggi, un po’ invecchia il testo. Eppure, nelle intenzioni del regista – che qui si fa autore – c’è evidente la necessità di aggiornare i temi toccati dallo scrittore russo per trasporli all’oggi. Sembra un paradosso, ma, per come è stato pensato l’adattamento, gli argomenti che la leggerezza della penna di Čechov ha saputo rendere immortali, ritoccati da Ferracchiati, risentono del limite di un presente che è immensamente più misero rispetto all’eternità di un’opera esemplare. Lo spettacolo diventa il risultato di una sottrazione letteraria: a un materiale divenuto classico per la sua completezza è stato tolto tutto l’involucro poetico e i personaggi si sono inariditi fino a esprimersi come fossero automi. Al di là delle battute aggiunte (da altri testi cechoviani?) e di quelle rimaneggiate, c’è che questa sensazione viene suggestionata dalla frenesia imposta agli interpreti che sparano battute alla velocità e alla violenza di una mitragliatrice, tanto da far sembrare un minifestival di aforismi sulla vita, in cui il tema della guerra e dell’infelicità umana si sovrappongono di continuo!

23 aprile 2026

«dEVERSIVO» (primo di) tre spettacoli di Eleonora Danco

«dEVERSIVO» di Eleonora Danco

Roma, Teatro Vascello
22 aprile 2026

UN CAPPOTTO SBAGLIATO SU UNA VOCE STONATA

Non avevo mai visto Eleonora Danco: la curiosità stavolta ha avuto la meglio, a scapito, ahimè, del godimento. Non immaginavo di ritrovarmi di fronte a un cappotto sbagliato indossato da una voce stonata. Eppure, l’operazione della Danco ha cercato di rendere pubblica una piccola tragedia (personale e non solo), riletta in chiave ironica, raccontando le vicissitudini di un’attrice di teatro contemporaneo e l’improba fatica che deve affrontare per salire sul palcoscenico. La storia raccontata in dEVERSIVO (sì, tutto maiuscolo ma con l’iniziale minuscola, affinché si capisca bene che la destabilizzazione dell’arte perda i suoi principii eversivi, e che l’assonanza del titolo ci porti velocemente sulla retta via sgombra da insidiose macchie d’unto, viscide, scomode, pericolose come lo sono le sferzate di un artista che rema controcorrente), la storia – dicevamo – si svolge a Roma e il personaggio narrante è uno e trino: attrice, regista e scrittrice, come troppo spesso oggi si osserva.

22 aprile 2026

«Pignasecca e Pignaverde» di E. Valentinetti (regia, T. Solenghi)

«Pignasecca e Pignaverde» di E. Valentinetti (regia, T. Solenghi)

Roma, Teatro Quirino
21 aprile 2026

PROSEGUE L’OMAGGIO A GILBERTO GOVI

Per il secondo appuntamento con l’omaggio a Gilberto Govi, Tullio Solenghi sceglie un altro classico del repertorio del grande attore genovese: Pignasecca e Pignaverde: e, come il primo testo portato in scena, anche questo gira intorno ai «maneggi per maritare una figlia». Ma il Pastorino di Emerico Valentinetti, a differenza dello Steva di Bacigalupo, è un tignoso Arpagone alla genovese, dai tratti caratteristici della Commedia dell’arte: d’altronde Govi è diventato, nella memoria dei cultori, una maschera indelebile, esattamente come quelle classiche, al punto da indurre l’attore Solenghi a truccarsi ad arte per riprendere la fisionomia del maestro con quella faccia un po’ così.

21 aprile 2026

«Ricordi autobiografici» (1) di Fausto Nicolini, Seniore

Fausto Nicolini (1903)

Mi è stato chiesto, inaspettatamente, di approfondire le notizie sulla vita di Fausto Nicolini Sr. già da me sintetizzate nella pagina madre a lui dedicata. Tuttavia, mi pare opportuno lasciar direttamente a lui la parola, visto che nel 1956, in una lunga Comunicazione presentata all’Accademia pontaniana [1], di cui fu socio ordinario sin dal 1908 e, in seguito, più volte eletto presidente, egli stesso scrive di suo pugno i Ricordi autobiografici, pubblicati sia autonomamente, negli Atti dell’Accademia, sia poi riproposti da Riccardo Ricciardi in testa a «Il Croce minore», volume da cui sto estrapolando questi suoi scritti. A causa della prolissità del testo mi sono attenuto a rispolverare i brani più significativi per lui e per l’epoca, dividendo la pubblicazione in più parti. (fn)

UNA VITA CONSACRATA AGLI STUDI

Illustri colleghi e cari amici,
una disposizione statuaria non più osservata non solo in questa nostra Accademia, ma anche in parecchie altre nostre consorelle italiche è quella che impone ai soci novellini di non prender possesso del seggio accademico se non dopo d’aver commemorato il socio defunto, a cui ciascuno è succeduto. Nel 1908, quando nella nostra antica sede di Tarsia ebbi l’onore di commemorare il mio predecessore Amerigo de Gennaro-Ferrigni [2], […] le commemorazioni assumevano un tal quale carattere di solennità, tanto che quasi sempre i commemoratori si credevan tenuti a indossare, per l’occasione, un abito di cerimonia o […] quanto meno una giacca nera. Purtroppo, già con lo scoppio della prima guerra mondiale, vennero cadendo in desuetudine non poche belle usanze […] di quel buon tempo antico […] in cui non solamente si sapeva vivere, ma […] si trovava che la vita, travagliosa, affannosa, o dolorosa che a volte possa essere, è sempre cosa assai bella e che, perciò, metta gran conto viverla, e viverla con la maggiore intensità. E tra le cose travolte da quel primo vortice bellico furono appunto le nostre commemorazioni accademiche. Basti dire che già intorno al 1920 non era raro il caso che il commemorando fosse stato raggiunto negli Elisi da colui che avrebbe dovuto commemorarlo: con che sulle spalle del successore di quest’ultimo venivano a gravare […] non una ma due commemorazioni. E ci si fosse fermati a questo numero! […] Lungo gli anni corsi dal 1920 a oggi, esso molte volte è stato elevato alla seconda e, in qualche caso, persino alla terza potenza. [3] […]

20 aprile 2026

L’occhio di Graffeo sulla morte dell’anarchico Pinelli

«Tentativo… morte … anarchico» di M. Graffeo

Roma, Spazio Diamante
19 aprile 2026

QUEGLI STRANI SUICIDI DEGLI ANARCHICI

Ecco uno spettacolo che dovrebbe rimanere in cartellone almeno quindici giorni, invece due sole repliche. Marcantonio Graffeo, con un dichiarato omaggio a Fo, a Petri, e a tutti coloro che si sono impegnati nella lotta politica negli anni Settanta, fa un gran bel regalo agli amanti del teatro rispolverando il testo più provocatorio di Dario Fo, scritto nel 1970; e il dono risulta ancor più prezioso per coloro che ricordano gli aurei fasti del Teatro Tenda di piazza Mancini, dove «Morte accidentale di un anarchico» andò in scena nel 1982. Graffeo riscrive il copione a modo suo, con variazioni e aggiunte, stando attento a modificare il titolo che preannuncia il tentativo di una rappresentazione, una sorta di prova per una messa in scena. Riscrive il testo pur mantenendo inalterato il tipico stile di Fo, apparentemente disordinato, nel quale l’improvvisazione è sempre in agguato, ma soprattutto reinventando scenicamente l’accuse sotto le spoglie di finta commedia dell’arte, affidando le parti di tutti alle nostre maschere più conosciute: ecco che così, in locandina, si leggono accanto agli interpreti i nomi di Brighella, Balanzone, Pulcinella, Colombina e Capitan Fracassa, che con la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, obbiettivamente, c’entrano come cavoli a merenda. Tuttavia, a volte, le locandine sono utili e offrono indicazioni illuminanti su insospettabili analogie e metafore.

18 aprile 2026

«Varietà ‘900, ovvero Tingeltangel», un’ideazione di Franco Mannella

«Varietà ‘900, ovvero Tingeltangel», di Franco Mannella

Roma, Teatro Altrove
17 aprile 2026

«CI VORREBBE UN TEATRO DELL’OBBLIGO»

Il nome di Karl Valentin è oggi sconosciuto ai più, purtroppo. E questo è già un buon motivo per rattristarsi e per chiedersi come possa essere possibile che il primo grande comico dell’assurdo sia stato completamente abbandonato nel dimenticatoio. Nacque a Monaco, in Germania, nel 1882, sette anni prima del grande Chaplin; ma a differenza di Charlot, Valentin rimase sempre in Europa; e mentre il genio londinese puntò sulla modernità della macchina da presa che immortalasse i suoi sketch, il tedesco preferì continuare a esibirsi nei cosiddetti sudici tingeltangel, le antiche birrerie bavaresi d’inizio Novecento, affrontando ogni sera direttamente il pubblico, caloroso ed eccessivo nel bene e nel male. Ci ha lasciato alcuni testi scritti, rappresentati in Italia troppo raramente.

17 aprile 2026

«L’estasi della lotta», un progetto di Carlotta Viscovo

«L’estasi della lotta», un progetto di e con Carlotta Viscovo

Roma, Teatro Torlonia
16 aprile 2026

L’ATTRICE: «FESTEGGIAMO LA NOSTRA DISFATTA»

È già in scena quando il pubblico prende posto nella piccola affasciante platea e sotto lo stemma dei Torlonia. È ricoperta, l’attrice, da una tunica bianca. In sottofondo c’è il rumore, un po’ ossessivo, di un indolente respiro asmatico. Osservando Carlotta Viscovo, si nota che si muove con una lentezza estenuante: dalla sinistra punta verso il centro scena. Riesce a raggiungere il blocco di (finta) pietra su cui distende. Le luci si spengono, il respiro, a cui nel frattempo ci si è abituati, diventa flemmatico: gli spettatori, sotto l’effetto del buio, vengono immediatamente risucchiati in un mantra ultra-benefico. Non accade niente: solo movimenti al ralenti di braccia e gambe, giochi d’ombre che si riflettono sulle tre pareti della scena. Sembra la sequenza di un film muto, con sottotitoli in giapponese! Il respiro asmatico non demorde, non perde un ritmo: da flemmatico diventa letargico. E alle mie spalle già si consuma il primo sonno: mento chinato sul petto, vistosa pancia in docile quiescenza, ora su ora giù, e soffio pesante perfettamente cadenzato su quello registrato.

16 aprile 2026

Ricordo di Salvatore Di Giacomo, di Fausto Nicolini Sr.

Tra i più divertenti scritti raccolti ne «Il Croce minore» (Ricciardi 1963) leggo questo affettuoso ricordo del Nicolini sull’amico Salvatore Di Giacomo, di cui pubblico solo la prima parte (di tre). I due si conobbero nel 1896, a Santa Maria Capua Vetere, dove l’avo Niccola (bisnonno del Sr.) acquistò un palazzo ai tempi del suo mandato in Terra di Lavoro come Procuratore regio del Tribunale criminale. All’epoca Fausto aveva appena 17 anni, mentre il poeta, che colà aveva alcuni parenti, ne contava già 36. In quel periodo i miei bisnonni (genitori di Fausto e di mio nonno Luigi), preferivano vivere nell’antica Capua, anziché a Napoli, soprattutto per motivi legati al più facile controllo e amministrazione delle terre e dei fittavoli. (fn)

Napoli, 1962 cc.

ANCORA D’UN AMICO FRATERNO DEL CROCE

Salvatore Di Giacomo

Salvatore Di Giacomo è stato il primo letterato napoletano che, nella mia ormai più che decilustre [1] vita di letterato, io abbia conosciuto (naturalmente, nei riguardi di lui, adopero la parola «letterato» nel significato di, come si direbbe oggi, «lavoratore della penna», o, come diceva Ferdinando II, «pennaiuolo»: ché, incarnazione quasi perfetta dell’artista puro, il Di Giacomo era proprio il contrario di ciò che s’intende comunemente per «letterato»). S’era nel 1896, quando egli, che amava, con civetteria muliebre, togliersi alcuni anni, se ne dava una trentina, pure essendo giunto già oltre il mezzo del cammin di nostra vita. E s’era in quel di Santa Maria Capua Vetere, ove allora io, diciassettenne, dimoravo, e ov’egli veniva di quando in quando, ospite, se non rammento male, di suoi parenti lontani, ch’io frequentavo. E l’ho davanti agli occhi, come se fosse ieri, nell’atto in cui in una luminosissima serata estiva, sdraiato su una stuoia fuori una terrazza o, come diciamo a Napoli, «loggia», e circondato da una decina di più o meno venuste [2] rappresentanti del sesso gentile, diceva com’egli solo sapeva dirle, qualcuna delle sue liriche più belle.

15 aprile 2026

«Le false confidenze» di Marivaux (regia, Arturo Cirillo)

«Le false confidenze» di Marivaux (regia, Arturo Cirillo)

Roma, Teatro Argentina
14 aprile 2026

IL LABIRINTO DELLA PASSIONE

Ha ragione Arturo Cirillo a dire che «Le false confidenze è un testo che rasenta la perfezione: a volte capita che nella drammaturgia di un autore ci sia un’opera che abbia un raro e felice equilibrio». Marivaux scrive nel 1737, «pour les comédiens italiens» che trova così diversi dai colleghi francesi, orfani di Molière e nuovamente caricati di finti barocchismi, questa commedia che mostra una modernità, per l’epoca, impensabile. Si tratta di un intrigo sentimentale, dall’aria un po’ noir, dove sembra che si parli solo di soldi: la passione, infatti, viaggia nascosta per labirinti secondari e l’abbraccio finale tra i due innamorati che scatena l’applauso del pubblico, sancisce la vittoria dell’amore sul denaro. L’affezione romantica, che indubbiamente è il perno centrale della vicenda, tipica della commedia di costume, viene continuamente tartassata e scalzata via dagli interessi degli altri: facili guadagni, eredità promesse, inganni, finzioni, continue esasperanti false confidenze.

Pour vous